Un “terrone” al Festival, di Mara Antonaccio
La vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo e i fantasmi irrisolti dell’Unità d’Italia
In ogni momento di questo festival di San Remo 2026, in cui Sal Da Vinci ha calcato il palco dell’Ariston, qualcosa non è piaciuto ai molti leoni da tastiera. Non per la musica, che è bella, calda, radicata in quella tradizione melodica napoletana che il mondo ci invidia, che può piacere o non piacere (non mi permetterei mai di insultare Bambole di pezza o Sayf per il loro stile diverso), ma per una parte dell’Italia che ancora fatica a guardarsi allo specchio.
I social network si sono riempiti di commenti sprezzanti: “un cafone”, “la solita musica da quattro soldi”, “può solo fare il cantante nei matrimoni”, “ma è Sanremo o Piedigrotta?”. Parole che rivelano, più di qualsiasi analisi sociologica, una ferita aperta che non si è mai davvero rimarginata.
Sono passati più di 160 anni dall’Unità d’Italia, sul calendario siamo una Repubblica unica e indivisibile dal 1861, ma nella testa di molti esistono ancora due paesi: uno civile e uno no, uno moderno e uno arcaico, uno europeo e uno che sarebbe meglio non nominare, che incarna ogni aspetto deteriore che una società “civile” dovrebbe esprimere.
La parola “cafone”, usata come insulto verso chi viene dal Sud, verso chi porta la sua musica, il suo accento, la sua cultura in contesti considerati “alti”, ha una storia precisa. Viene dal latino “cafo”, il lavoratore della terra; era il termine con cui si definiva il contadino, chi coltivava il grano che sfamava l’Italia, chi conosceva ogni zolla di una terra millenaria; usarla come disprezzo dice tutto: nella gerarchia culturale del pregiudizio nordista, lavorare la terra è ancora sinonimo di inferiorità.
Ma quella terra — il Sud, il Meridione, Napoli nella fattispecie — è stata la culla della civiltà di questo Paese molto prima che esistesse qualcosa chiamato “Italia”.
Non voglio risultare banale appellandomi ad argomentazioni trite e ritrite come: la Magna Grecia ha portato filosofia, teatro, democrazia in quei territori da un millennio prima di Cristo; Napoli fu per secoli una delle città più grandi e cosmopolite d’Europa; la Sicilia era il granaio dell’impero, crocevia di culture arabe, normanne, bizantine; mentre al Nord si adoravano ancora le forze della natura tra boschi e paludi, al Sud si costruivano templi, si scrivevano leggi, si fondavano scuole.
Non voglio sembrare anacronistica o revisionista, ma il Risorgimento, per il Sud, fu anche un atto di colonizzazione, non solo economica, con le risorse del Meridione drenate per finanziare lo sviluppo industriale del Nord, ma culturale, profonda, strutturale; la classe politica al di là del Rubicone fu da subito prevenuta, discriminante e ironica verso la lingua, i costumi, le tradizioni del Sud.
Così ogni manifestazione culturale delle regioni annesse divenne estranea, di fatto lo era, ma meritava comunque rispetto e spirito paritario; persino le canzoni napoletane furono trattate come folklore da esotizzare, non come patrimonio nazionale da valorizzare, cosa che, leggendo i post sulla vittoria di Sal Da Vinci a San Remo, continua ancora oggi.
Il brigantaggio meridionale, presentato per decenni nei libri di scuola solo come criminalità rozza da estirpare, fu anche resistenza di popolazioni che si erano viste strappare terra, sovrani, identità; le stime storiografiche più recenti parlano di decine di migliaia di morti nella repressione militare piemontese nel Sud: una guerra civile che non ha ancora trovato il suo posto nella memoria collettiva nazionale.
La colonizzazione culturale funziona così, no?
Convince il colonizzato che la propria cultura sia inferiore, che il proprio accento sia volgare, che la propria musica sia “troppo popolare”; fa sì che il colonizzato debba guadagnarsi un posto al tavolo dei “civili” rinnegando le proprie origini.
Sal Da Vinci non ha rinnegato niente, soprattutto sé stesso, restando fedele alle proprie origini e al proprio vissuto; ha vinto portando Napoli, la sua voce, la sua storia.
E questo, evidentemente, disturba ancora; si preferiscono testi a volte volgari e incitanti alla violenza, a testi forse banali, ma “sani”.
Chi considera la cultura meridionale come cultura “bassa” farebbe bene a rileggere la storia della Letteratura e del pensiero liberale.
Il Sud ha dato all’Italia e al Mondo, una tradizione intellettuale straordinaria, spesso ignorata o sottovalutata nelle narrazioni dominanti.
Benedetto Croce, nato a Pescasseroli in Abruzzo, fu il più grande filosofo italiano del Novecento; la sua estetica, la sua filosofia della storia, la sua battaglia intellettuale contro il Fascismo, tutto questo germogliò nel Mezzogiorno.
Gaetano Salvemini, pugliese di Molfetta, fu storico, meridionalista, antifascista; fu tra i primi a denunciare con rigore scientifico la questione meridionale come problema strutturale dello Stato italiano, non come colpa atavica dei suoi abitanti.
Ignazio Silone, nato a Pescina in Abruzzo, scrisse Fontamara, uno dei più grandi romanzi italiani del Novecento, in cui descrisse con lucidità spietata la miseria e la dignità dei cafoni abruzzesi, proprio quei cafoni, quelli il cui nome viene usato come insulto da chi non ha mai letto una riga di Silone e non sa nulla della grandezza intellettuale e culturale del Sud.
Vitaliano Brancati, siciliano di Pachino, esplorò con ironia tagliente il carattere meridionale, il gallismo, la provincia italiana; la sua prosa è tra le più eleganti del Novecento.
L’elenco è lungo, si potrebbero aggiungere Carlo Levi, (torinese ma ammaliato dal Sud durante il confino), Antonio Gramsci (sardo), Salvatore Quasimodo (nato a Modica, Nobel per la letteratura), Leonardo Sciascia da Racalmuto; unisco provocatoriamente Pier Paolo Pasolini, che pur avendo radici friulane, ha sempre rivolto lo sguardo al Sud come specchio dell’Italia reale, una costellazione intellettuale che il pregiudizio anti-meridionale continua ostinatamente a non voler vedere.
C’è un paradosso che vale la pena sottolineare: o Sole Mio è considerata in tutto il mondo come un inno all’Italia, quando Lucio Battisti cantava Napoli non era “cafone”, quando Pino Daniele diventava un simbolo nazionale, l’accettazione fu trasversale, quando Roberto Murolo incantava le platee internazionali, eravamo tutti napoletani. Ma quando un cantante porta nel 2026quella stessa tradizione a Sanremo, improvvisamente torna ad essere “roba da cafoni”.
Questo orgoglio selettivo, ci piace il risultato ma disprezziamo la fonte, è la forma più insidiosa del pregiudizio; è il colonialismo culturale che si appropria dell’estetica meridionale depurandola dalle sue radici, dal suo contesto, dalla sua gente, e la cosa che mi fa più male, è che un certo pensiero “sinistro”, quello che storicamente dovrebbe arrivare dal proletariato, ma che ormai si esterna in un pensiero omologato tra asterischi, quote rosa e inclusione a dir poco di maniera, e che da quella base sincera si è del tutto staccato, ammicca ironicamente ai sani fenomeni pop del Sud, come si fa con il figlio “scemo”, verso il quale si è condiscendenti, solo che qui manca il naturale senso di protezione che ne deriverebbe.
L’Italia unita esiste sul piano istituzionale dal 1861, ma l’unità culturale, quella vera, quella che riconosce pari dignità a ogni tradizione regionale senza gerarchie di serie A e serie B, è ancora un progetto incompiuto; i commenti razzisti sotto i video di Sal Da Vinci non sono una curiosità da sociologi: sono un sintomo.
Un paese che non sa riconoscersi in una parte importante di sé, nella sua musica, nella sua letteratura, nella sua filosofia, nella sua storia millenaria, è un paese che non si riconosce, e un paese che non si riconosce non può crescere.
Sal Da Vinci ha vinto a Sanremo portando Napoli sul palco più importante della musica italiana, non ha chiesto permesso all’”intellighenzia”, non ha addolcito il suo accento, anzi, ha concluso il brano con una frase dialettale, non ha tradito le sue radici per essere accettato, ha semplicemente cantato, e il pubblico, quello vero, in sala e a casa, ha capito. Forse sarebbe il caso che una volta per tutte lo capisse anche il resto degli Italiani.



