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Ripensiamo alla Grande Dea, di Maria Luisa Alberico

Cosa succede

Maschi, prevalentemente anziani, autoritari: siamo nelle mani di costoro, che reggono le sorti di un mondo sempre più globale, preda da spartirsi tra chi meglio saprà condurre la gara delle superpotenze. Menti parziali, egoiche, circoscritte, orientate a pochi obiettivi divisivi; deprimenti le loro scaltrezze scambiate per ardimentosa, sagace visione strategica.

E’ l’immagine di un patriarcato che si delinea attraverso una rigida esposizione del principio gerarchico, impronta millenaria di una postura insana, inadatta ad accogliere  il tutto, e che esibisce sul palcoscenico mondiale il proprio potere. E i suoi limiti, e il corollario delle cosmiche infelicità di quanti ne patiscono gli effetti.

Se potessimo vederli così, rappresentarceli così: figure transeunti sulla scena mondiale, temporalmente limitata, che si fiutano tra sorrisi di compiacenza alla ricerca del reciproco punto più debole, con un incommensurabile arbitrio nelle mani, ma inconsapevoli forse dell’estrema fragilità di chi è rigido e quindi più facilmente esposto a spezzarsi. Inaudita la loro capacità di prevaricazione, di comando, ma sostanzialmente soli e timorosi di poter essere scalzati da altre figure imbevute dello stesso marchio, replicanti responsabili della ripetizione coatta di tali disfunzionali modelli in vista della perdita collettiva.

Possiamo chiamarla malattia dell’Occidente, ma no, malattia globale questa strisciante, pervasiva concentrazione autoritaria circa i modelli di produzione, le strategie commerciali, le dinamiche geopolitiche, non esistendo apparentemente schemi alternativi per ciò che riguarda la gestione di un’egemonia che non sia distruttiva.

Come definire questo potere? E’ poi davvero un potere?

Non può definirsi tale a pieno titolo, perché quello vero  non contempla il dominio, è unitivo.

Cosa contrapporre a queste figure, a queste immagini ?

Traggo spunto dalla ricerca condotta nel mio saggio Vino è Donna – da baccante a sommelier e mi collego ai tanti lavori, segnalati nel testo, di studiose, archeologhe, scienziate, ricercatrici, esperte del mito e delle relazioni tra i generi, ciascuna con un proprio ambito di competenza, che nei loro lavori interrogano lo stesso tema: ripensare un alternativo paradigma antropologico, altre modalità di rapporto tra i sessi, tra i gruppi, tra le organizzazioni sociali. Non sembri visione inappropriata, sganciata dal contesto odierno, non sembri sterile esercizio utopico: i nostri progenitori hanno vissuto per millenni, in varie parti del mondo, in comunità collaborative, paritarie, pacifiche e consapevoli del sacralità della Natura, nel rispetto e nell’omaggio verso un’autorità femminile che dona la vita e la tutela, che nel suo grembo ospita natura e cosmo. La magica autorità del femminile.

Sono  dunque esistite modalità di convivenza differenti e sono identificate in archetipi  del femminile arcaico, la Grande Dea, nel suo potere pervasivo sull’intero creato, sull’umano, ma non gerarchico e soprattutto conservativo, seppure in un ciclo ininterrotto di vita, morte, rinascita.

Riscoprire la Dea, riscoprire le ragioni che ne hanno obliato la presenza, ma che pure permane nell’inconscio collettivo e che si dà come empatia, relazione, capacità di contenere gli opposti e le contraddizioni, condivisione e tutela, significa aderire ad una modalità di cui il genere umano ha fatto già esperienza e di cui può far riemergere genesi e caratteri.

Riscoprire che esistono  modelli alternativi di convivenza in cui le due energie, il maschile e il femminile, si integrano e sbocciano nella consapevolezza di quest’altra possibile visione, ridicolizza la presunzione del maschile in grado di poter da solo orientare scelte e canoni di sviluppo, facendo apparire quei protagonisti per quel che tristemente sono: contestabili, perché unilaterali; fragili, perché parziali; minacciosi, perché costantemente sulla difensiva; deleteri, perché concepiscono il mondo come risorsa da depredare.

Interroghiamoci  su come potrebbe essere altrimenti la vita su questo “atomo triste del male” di pascoliana memoria e chiediamoci se, al contrario,  può valere la pena dedicare tempo, intelligenza, risorse per sviluppare una consapevolezza critica del conflitto che non si risolve nella contrapposizione, ma ricerca un nuovo tipo di relazione, non dicotomica ma collaborativa; per aderire al femminile che  riscopre  il proprio antico potere, che non  fa del male, e al maschile rigenerato che non ne mutila, svilisce, limita le doti, ma si appropria anch’esso di una relazione di cui è stato privato per millenni, impedendoci di godere insieme della meraviglia della differenza.

Domandiamoci cosa sarebbe il mondo, le relazioni, se questo modello si affermasse: una rivoluzione consapevole, irridente e pervasiva, di fronte alla quale si sgretolerebbe un potere al quale nessuno più obbedirebbe. Il re è nudo: e il suo corpo è macilento, al limite della repulsione.

Mentre la Grande Dea dimenticata, detronizzata, ritornerebbe a danzare, e tutti noi con lei.

P.S. Suggestioni utopiche nel corso della guerra Usa-Israele e Iran.

11 Giugno 2026/da Redazione
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