La verità del buddhismo, di Marco Calzoli

         Il buddhismo nasce nel nord del Subcontinente indiano con la predicazione del Buddha storico (VI a.C.), il quale si staccò dall’induismo e pose le basi di questa nuova religione.

         Il Buddha rifiutava dell’induismo il sistema castale, il sacrificio e il concetto di anima individuale (atman). Per l’induismo l’anima (atman) di ogni uomo è lo stesso Dio (Brahman), invece il Buddha sosteneva che nulla è permanente, quindi l’anima individuale esiste ma non è Dio quindi non permane dopo la morte. Pertanto non si reincarna l’anima ma solo un conglomerato di cause al limite tra esistenza e inesistenza.

          Quindi lo scopo del buddhismo è quello di liberarsi dal ciclo delle rinascite. La nuova rinascita è causata dal desiderio (kama), pertanto colui che raggiunge la estinzione (nirvana) del desiderio, smette di reincarnarsi. Pertanto, nel buddhismo più antico, il nirvana non è la estinzione nel nulla, bensì solo quella del desiderio, come avvenne con il Buddha storico, il quale, ottenuto il nirvana, continuava a persistere sulla terra e a istruire i suoi. Ma chi raggiunge il nirvana, quando morirà, non si reincarnerà più qui, raggiungendo la beatitudine eterna.

            Le due tradizioni principali del buddhismo sono la Hinayana e la Mahayana. La prima fa raggiungere il nirvana quasi esclusivamente ai monaci, mentre per i Mahayana tutti possono raggiungere il nirvana. In questa seconda tradizione, inoltre, esiste la figura del bodhisattva, il quale ha raggiunto un grado così elevato di illuminazione tale da poter raggiungere il nirvana, ma non lo compie per potersi reincarnare qui ad aiutare gli esseri senzienti nel loro cammino evolutivo. Invece per la tradizione Hinayana esiste l’illuminato (detto arhat): costui è indifferente alla sorte degli altri esseri senzienti, quindi il suo percorso è individuale.

           In Tibet è diffuso il buddhismo Vajrayana, che è un’appendice del Mahayana. È il buddhismo tantrico, che ha come particolarità, oltre alla figura del bodhisattva, quella del Buddha quale essere assoluto, dai connotati quasi divini.

             Per il buddhismo tibetano quindi ci sono molti personaggi che sono diventati buddha (hanno raggiunto il nirvana) e moltissimi bodhisattva, che ancora si reincarnano qui.

              Dal canto suo, il Buddha ha tre corpi:

  • Dharma-kaya: corpo della dottrina, indica l’aspetto assoluto della natura del Buddha;
  • Sambhoga-kaya: corpo della beatitudine, esprime la manifestazione celeste della natura del Buddha, percepita solo dagli esseri superiori;
  • Nirmana-kaya: corpo assunto, è la manifestazione storica e visibile del Buddha o Buddha storico (Siddharta, del VI secolo a.C.).

          Parallela a questa dottrina vi è quella dell’Adi-Buddha, cioè il Buddha primordiale, da sempre esistito, che è il seme dello sviluppo del Buddha nei suoi tre corpi e degli altri buddha che si sono susseguiti nella storia.

          Uno degli aspetti più caratteristici del buddhismo tibetano è la dottrina del Mahamudra o Grande Sigillo: tutto è vuoto, niente esiste sostanzialmente, pertanto il nirvana coincide con lo stato di non nirvana o dissipazione nel mondo e nel ciclo delle rinascite (samsara). Per questa ragione la illuminazione è percepibile qui e ora, in qualsiasi condizione si stia, seguendo però una lunga pratica buddhista.

            Il buddhismo tibetano è detto anche lamaismo, in quanto le guide religiose sono i lama. Il capo di un monastero è un lama che si considera la reincarnazione della guida precedente. 

             Sin dalle origini il buddhismo non ha mai negato gli dei, che ha mutuato dall’induismo. Ma mentre nell’induismo gli dei esistono veramente, nel buddhismo sono figure intermedie tra gli umani nel samsara (ciclo delle rinascite) e il nirvana. Vale a dire che, nel cammino evolutivo, è possibile che un uomo che abbia particolari meriti, in un’altra vita acquisisca una esistenza divina. Ma per il buddhismo non è questa esistenza divina (paradiso) lo scopo del ciclo delle rinascite: bensì il nirvana, che si acquisisce solamente nella esistenza umana. Pertanto, il dio dovrà reincarnarsi in un uomo (o se commette colpe in una esistenza ancora inferiore): solo come uomo può acquisire quei meriti che gli potranno ottenere il nirvana.

             Un curioso e purtroppo poco noto testo buddhista in pali, il Brahmajala Sutta, che fa parte del Digha Nikaya (i Sutta lunghi del canone pali), narra che gli dei si credono superiori a tutti e immortali, dispensano apparenti verità sull’universo e sfornano consigli, ma non si rendono conto della loro esatta condizione, sono prigionieri all’interno di un vero e proprio reticolo metafisico (“rete”, jala, di Brahma), creata dal loro stesso egoismo, prodotto dalla ottusità e ignoranza (avidya).

             Il termine sanscrito avidya vuol dire letteralmente “non (a-) conoscenza (vid)”, ma etimologicamente veicola l’idea della “non visione”. Infatti la parola sanscrita “veda” vuol dire prima di tutto “visione” (e poi “conoscenza”), si ritrova nel nostro verbo “vedere”. Per il buddhismo il problema più grande dell’umanità è una falsa visione del reale, che spinge a desiderare le realtà anziché distaccarci da esse. Tutti gli esseri, dagli animali agli uomini e agli dei, sono soggetti alla avidya.

           Nel Milindapañha (II, 73), il più famoso dei testi paracanonici del buddhismo, è scritto che le cinque facoltà spirituali sono: fede, energia, consapevolezza, concentrazione meditativa e saggezza. Queste facoltà sono come cinque recipienti di acqua che spengono il fuoco delle impurità.  

             In Tibet, Cina e Giappone gli dei entrarono a far parte della legione degli otto generi di esseri non umani difensori della fede, protettori del Dharma. Queste otto legioni sono:

  • Naga: serpenti o draghi
  • Garuda: esseri dal corpo metà uomo metà uccello
  • Yaksa: spiriti della natura e degli alberi
  • Gandharva: musicisti celesti nei cieli del dio Indra
  • Asura: gli anti dei, i titani
  • Mahorara: musicisti a forma di serpente
  • Kinmnara: musicisti e ballerini celesti dalla testa a forma di cavallo
  • Deva: gli esseri più elevati, a ragione i “veri e propri” dei.

           Può sembrare strano che il buddhismo, definito spesso una religione “atea”, abbia tutti questi dei, raffigurati sovente nei templi e persino sugli altari.

            Ma occorre fare delle doverose precisazioni:

  • Il primo buddhismo, quello definito ortodosso, non faceva tali immagini, non raffigurava nemmeno il Buddha, ma lo esprimeva per simboli; in seguito le immagini vennero prodotte da scuole che operavano ardite speculazioni filosofiche e teistiche oppure da fenomeni di sincretismo (quando il buddhismo Mahayana si diffuse in gran parte dell’Asia assorbì al suo interno numerose tradizioni religiose locali, con i loro dei);
  • Inoltre, con il buddhismo Mahayana, questa religione uscì dai limiti della storia e divenne mito, quindi sorsero molte altre figure di Buddha e moltissimi bodhisattva, i quali ebbero delle emanazioni, costituite da un pantheon ricchissimo di dei e santi, cioè figure ricchissime di energia su cui meditare per favorire il percorso verso il nirvana;
  •  Bisogna anche dire che il buddhismo, così come le altre religioni di origine indiana (induismo, jainismo), non ha una fede cieca con dogmi assoluti, lascia liberi i seguaci di credere anche a divinità locali. Ricordiamo che all’inizio il buddhismo visse per secoli in India pacificamente con l’induismo, solo in seguito (per ragioni storiche complesse) gli induisti iniziarono a perseguitare i buddhisti fino a riuscire a scacciarli dall’India, e da lì il buddhismo si sviluppò nel resto dell’Asia.

         Questo aspetto adogmatico delle religioni di origine indiana lo si vede anche nel Dzog-chen, un insegnamento diffuso dal buddhismo tibetano e dal Bon (la religione autoctona del Tibet), il quale è una conoscenza integrale dello stato esistenziale dell’individuo, al di là dei limiti imposti da un credo religioso e da una cultura.

           Chi inizia a studiare una Via, qualunque essa sia, tende a staccarsi dalla realtà materiale e a vivere un poco nella fantasia, credendo che tale astrazione sia la Via stessa. In realtà Dzog-chen significa in tibetano “Grande Perfezionamento”, pertanto indica il vero stato primordiale dell’individuo e non si riferisce a una realtà trascendente.

          È stato il platonismo a forgiare nella nostra mente la categoria del dualismo tra corpo e spirito: in realtà l’uomo è un essere integrale, formato anche di corpo, e tutto questo stato unito forma il Grande Perfezionamento primordiale, che c’è da sempre, quindi non occorre raggiungere il nirvana, lo abbiamo già, dobbiamo solo accorgercene.

            Norbu scriveva anche che chi inizia a praticare un insegnamento orientale cerca di allontanarsi dalla propria cultura: ma questo è sbagliato, perché ogni sistema di pensiero ha la sua validità, se considerato nel giusto modo, relativo all’ambiente e alle circostanze in cui è sorto.

            Non si può insegnare qualcosa con esempi che una persona non può comprendere. La cultura è il quadro di riferimento di un individuo, e non bisogna mai prescindere da essa nell’insegnare una qualche dottrina. 

              Nel suo testo molto istruttivo Norbu riportava un antico testo del Dzog-Chen, costituito di soli sei versi, che sono:

  • La natura delle diverse cose non è duale.
  • Ma ciascuna, nel suo stato, è al di là dei limiti della mente.
  • Della condizione “come è” non c’è concetto.
  • Ma la visione si manifesta: tutto è bene.
  • Tutto è già compiuto, perciò, superata la malattia dello sforzo,
  • Ci si trova nello stato autoperfezionato: questa è la contemplazione.

       Siamo già perfetti e non c’è nulla da cambiare! Il buddhismo Mahayana esprime questo concetto con l’espressione “natura del Buddha” (Tathāgatagarbha).

          Il taoismo contempla l’espressione cinese wei wu wei, “azione della non azione”: che non significa non far nulla, bensì agire in conformità con le leggi naturali.

          La saggezza, la verità è innata e soltanto oscurata da desideri e opinioni. Una volta che la mente di scimmia viene acquietata, la saggezza si manifesta spontaneamente alla superficie; agisce senza azione. Per usare le parole di Plotino: “Lascia andare, e lascia che lo Spirito fluisca dentro”. O quelle della Bhagavad-Gita: “Colui che è unito al Divino e che conosce la verità osserverà questo proposito: Non agirò per nulla”.

           È in qualche modo anche il concetto cristiano della Provvidenza, cioè Dio che “provvede” alle nostre necessità. Leggiamo nel Vangelo di Matteo, al capitolo 6:

25Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.

Bibliografia

  • J. C. Cooper, Yin e Yang. L’armonia taoista degli opposti, Roma 1982;
  • M. T. Kapstein, The Tibetan Assimilation of Buddhism, New York 2000;
  • N. Norbu, Dzog-chen. Lo stato di autoperfezione, a cura di A. Clemente, Roma 1986;
  • G. Tucci, Le religioni del Tibet, Roma 1986.