Una storia nera di Natale, di Silvia Tonda

Morire senza sapere che fine abbiano fatto i propri figli è forse una delle forme di dolore più assolute, un’assenza che non conosce tregua né consolazione. È un tormento che non concede il conforto del lutto, perché non c’è un corpo da piangere, una tomba su cui posare i fiori, una verità a cui aggrapparsi. È questa la tragedia che accompagnò per tutta la vita George e Jennie Sodder, due genitori destinati a sopravvivere al mistero della scomparsa di cinque dei loro dieci figli, svaniti nel nulla nella notte di Natale del 1945.

La famiglia Sodder, di origini sarde — il cognome originario era infatti Soddu — viveva dal 1930 a Fayetteville, un piccolo borgo della Virginia immerso in un paesaggio rurale fatto di colline, miniere e silenzi. George lavorava nel trasporto del carbone, un mestiere duro ma dignitoso, mentre Jennie si occupava della casa e dei figli, una famiglia numerosa e rumorosa, come lo erano tante all’epoca. I bambini avevano età comprese tra i tre e i ventitré anni, e la casa era sempre piena di voci, passi e vita.

La sera del 24 dicembre 1945 scivolò via come tante altre. Fuori nevicava lentamente, il mondo sembrava ovattato da una quiete invernale che prometteva pace. Dopo aver augurato la buonanotte ai figli più piccoli, George e Jennie si ritirarono nella loro stanza, lasciando i ragazzi più grandi ancora svegli.

Verso mezzanotte, però, il telefono squillò.

Jennie rispose. Dall’altra parte della cornetta, una voce femminile chiese di una persona che i Sodder non avevano mai conosciuto. Poi, senza spiegazioni, una risata fredda e innaturale riempì la linea. Jennie, infastidita ma non spaventata, pensò a uno scherzo di cattivo gusto e riagganciò. Solo allora si accorse che alcune finestre erano inspiegabilmente aperte e che la porta d’ingresso non era stata chiusa correttamente. Un dettaglio strano, ma non sufficiente a destare un allarme vero e proprio. Chiuse tutto e tornò a letto.

Poco dopo l’una e mezza, un rumore secco proveniente dal tetto la fece sobbalzare. Subito dopo, lei e George avvertirono un odore acre e inconfondibile: fumo.

Quando uscirono dalla stanza, la casa stava già bruciando.

Le fiamme correvano veloci, alimentate dal legno e dal vento. In preda al panico, George e Jennie riuscirono a radunare i quattro figli che dormivano sul loro stesso piano e a portarli fuori, nella neve, scalzi e tremanti. Fu solo allora che si resero conto dell’orrore: mancavano all’appello cinque bambini.

La porta d’ingresso era ormai avvolta dalle fiamme. George tentò disperatamente di raggiungere il piano superiore dall’esterno, cercando la scala che teneva abitualmente accanto alla casa. Era sparita. Anche il camion, che avrebbe potuto usare come appoggio, inspiegabilmente non partiva.

Impotenti, George e Jennie assistettero alla distruzione della loro casa, mentre le urla si perdevano nel crepitio del fuoco. I vicini chiamarono i pompieri, ma l’intervento arrivò solo alle prime luci dell’alba. Quando l’incendio fu finalmente domato, della casa dei Sodder non restava che un ammasso di macerie fumanti.

La versione ufficiale parlò di un corto circuito. Ma George non accettò mai quella spiegazione: l’impianto elettrico era stato controllato e dichiarato sicuro poco tempo prima. Inoltre, i cavi del telefono risultarono tagliati. Un caso? O un modo per impedire qualsiasi richiesta di aiuto?

Il mistero si fece ancora più inquietante quando si scoprì che dei cinque bambini scomparsi non vi era traccia. Nessun corpo, nessun resto. Gli esperti affermarono che anche in un incendio violento come quello, qualcosa sarebbe dovuto rimanere. Ma non fu trovato nulla.

Nel 1949, rifiutando di arrendersi all’idea della morte dei figli, George tornò sul luogo dell’incendio con alcuni volontari per setacciare il terreno. Furono rinvenuti frammenti di ossa e tessuti. Le analisi stabilirono che parte dei resti erano in realtà carne bovina, probabilmente gettata lì per depistare le indagini. Le ossa, invece, sembravano appartenere alla mano di un ragazzo di circa quattordici o quindici anni, l’età di uno dei figli scomparsi. Anni dopo, ulteriori analisi dimostrarono che quelle ossa non presentavano segni di combustione: non potevano provenire da una vittima di incendio.

L’ipotesi del rapimento prese allora sempre più corpo. In quella zona, già da tempo, circolavano voci su una sinistra tratta di bambini, un traffico su cui le autorità sembravano aver chiuso entrambi gli occhi. Un dettaglio agghiacciante emerse dal passato: pochi mesi prima dell’incendio, un uomo si era presentato a casa Sodder proponendo a George una polizza sulla vita. Al suo rifiuto, l’uomo aveva pronunciato una frase che suonava come una minaccia: la casa sarebbe stata distrutta e i figli sarebbero scomparsi.

George lavorava nel trasporto del carbone, un settore che attirava l’interesse della mafia siciliana attiva negli Stati Uniti. Un intreccio oscuro di affari, intimidazioni e silenzi che potrebbe aver avuto un ruolo in quella notte maledetta.

Nel 1967, ormai anziani e segnati dal dolore, i coniugi Sodder ricevettero una fotografia anonima per posta. Ritraeva un giovane uomo che, per loro, aveva i tratti inconfondibili di Louis, uno dei figli scomparsi. Sul retro, un messaggio enigmatico. Nessuna spiegazione. Nessuna risposta.

Ancora oggi, l’identità di quel ragazzo resta sconosciuta. Così come il destino dei cinque bambini Sodder.

George morì nel 1969. Jennie lo seguì vent’anni dopo, nel 1989. Entrambi se ne andarono senza aver mai conosciuto la verità, portando con sé, fino all’ultimo respiro, l’immagine dei loro figli sospesa in un eterno Natale di fiamme, neve e silenzio.