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Quando le religioni si allineano, di Mara Antonaccio

Editoriale

C’è qualcosa di potente quando due tempi spirituali si sfiorano, quando tradizioni diverse si allineano; quest’anno l’inizio della Quaresima e il Ramadan sono coincisi e questo incontro non è soltanto una curiosità di calendario, ma una piccola lezione simbolica sul nostro tempo. Le due importanti ricorrenze religiose parlano la stessa lingua antica: quella del limite, della sottrazione, della disciplina. Non sono momenti di privazione, come spesso vengono raccontati, ma giorni della consapevolezza: si mangia meno, si rallentano i ritmi, si osserva il corpo, si osservano le parole, si osserva il desiderio. E questo gesto, che giunge da religioni diverse, appartiene in realtà all’umano. In tutte le religioni esistono prescrizioni alimentari, che se rispettate, danno la quota dell’essere o meno un buon praticante; nelle due grandi religioni monoteiste, le più diffuse sulla Terra, si va oltre la mera regola, si chiede al credente di dimostrare quanto essa è importante e di mettersi alla prova. Nel Cristianesimo la Quaresima è il tempo dell’essenziale, del ritorno, del deserto; non è punizione, è spazio. In un mondo saturo di rumore, di consumo e di velocità, il deserto diventa un atto rivoluzionario: fermarsi, spogliarsi, rimettere ordine; l’astensione del consumo di carne di tutto il periodo e il non cibarsi per tutto il venerdì non sono azioni contro il corpo, ma un risveglio della coscienza. Nel Ramadan il digiuno quotidiano dall’alba al tramonto non è precetto religioso, è allenamento alla presenza: il tempo cambia ritmo, la fame diventa memoria degli altri, il pasto condiviso diventa gesto comunitario. Il corpo insegna ciò che la teoria e la Fede non riescono a spiegare: che il bisogno non è debolezza, è relazione. Quando questi due tempi coincidono accade qualcosa di raro: la stessa pedagogia attraversa culture diverse, la sottrazione di cibo diventa un ponte e il digiuno linguaggio comune. La spiritualità dimentica l’identità e diventa esperienza; non serve credere negli stessi precetti per riconoscere lo stesso gesto umano: fermarsi per capire chi siamo. Viviamo in una società che ha trasformato il “pieno” in valore importante e insostituibile: pieno di cibo, pieno di stimoli, pieno di parole; pieno anche quando siamo stanchi, confusi, saturi. La Quaresima e il Ramadan introducono invece l’idea più difficile da accettare: che il vuoto è necessario perché non è mancanza, ma spazio dove qualcosa può emergere. C’è anche un aspetto profondamente sociale in questa coincidenza, il digiuno condiviso rende visibile la fragilità e allo stesso tempo la responsabilità. Ricorda che il cibo non è scontato, ma sacro, che il tempo non è infinito, che il corpo non è una macchina e va rispettato. Queste pratiche spirituali diventano così educazione collettiva, non solo fede personale. Tutto questo ha ancora più peso in una società occidentale oberata dall’offerta alimentare in ogni momento, grassa, malata e sprecona. In un tempo in cui le religioni vengono spesso raccontate come confine e usate come randello per scardinare equilibri e legittimare orrori, questa sovrapposizione invece parla di ascolto. Due tradizioni diverse che nello stesso periodo invitano a rallentare, a riflettere, a scegliere con più consapevolezza cosa introdurre nel corpo e nella vita: non è sincretismo, è convergenza umana. Forse il significato di questa coincidenza non è teologico, ma antropologico. Il digiuno è una tecnologia antichissima di regolazione dell’essere umano: riduce il rumore, riporta attenzione, riordina priorità, rinfranca il corpo e lo rigenera, non a caso oggi anche la scienza torna a studiarlo, indicandolo come elisir di lunga vita, mentre le tradizioni lo praticano da secoli come strumento di equilibrio. Vedere Quaresima e Ramadan camminare insieme ci ricorda che la sottrazione non è perdita di qualcosa ma possibilità di affermazione: della volontà, della Fede, della nostra peculiarità di credenti. È lo spazio in cui si riscopre il gusto, la gratitudine, la relazione, la misura, e forse è proprio questo il messaggio più contemporaneo: imparare a non riempire subito tutto. In fondo queste due stagioni spirituali ci consegnano la stessa domanda, semplice e radicale: di cosa abbiamo davvero bisogno? E la risposta, quasi sempre, arriva quando smettiamo per un momento di consumare e ricominciamo ad ascoltare. E poi, quasi a rendere ancora più sorprendente questa geografia simbolica del tempo, anche il calendario cinese ci ricorda che le culture del mondo continuano a dialogare senza chiedere il permesso. Per aggiungere misticismo e allineamento fortemente simbolico all’avvenimento, incredibilmente, anche il Capodanno cinese è caduto nello stesso periodo, con il 17 febbraio come data di riferimento di un nuovo inizio. Tradizioni diverse, calendari diversi, ma la stessa intuizione: fermarsi, chiudere un ciclo, aprirne un altro. Forse non è una coincidenza ma solo il modo con cui il tempo, ogni tanto, ci suggerisce che ricominciare è un gesto universale.

21 Febbraio 2026/da Redazione
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