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L’undicesimo comandamento: essere magri, di Mara Antonaccio

Editoriale

La società che ci vuole magri è la stessa che ci spinge a ingrassare. Tra industria alimentare, culto della forma fisica e discriminazione sociale, il corpo diventa il terreno di una nuova battaglia culturale.

Il concetto estetico di magrezza racchiude un universo complesso di motivazioni, nel quale si intrecciano questioni mediche e risvolti patologici, benessere psicofisico, condizionamenti culturali e implicazioni socio-antropologiche, con conseguenze che investono non soltanto la salute dell’individuo, ma anche la percezione di sé, le relazioni interpersonali e il ruolo che ciascuno occupa nella società. Da decenni sappiamo che le popolazioni occidentali, e ormai anche quelle di numerosi Paesi emergenti, devono confrontarsi con patologie associate all’eccesso ponderale e a modelli alimentari squilibrati, condizioni che compromettono la qualità della vita e comportano costi crescenti per i sistemi sanitari e il welfare pubblico. Promuovere un’alimentazione equilibrata, ridurre gli eccessi e recuperare un rapporto consapevole con il cibo rappresentano dunque obiettivi condivisibili, non soltanto sotto il profilo sanitario, ma anche da quello ambientale e sociale.

Tutte motivazioni degnissime, peccato però che, in una sorta di paradosso collettivo, mentre le istituzioni dispensano consigli e raccomandazioni per il raggiungimento di condizioni di salute ottimali, una parte dell’industria alimentare continui a proporre prodotti ad alta densità energetica, spesso ricchi di zuccheri, sale e grassi, progettati per risultare particolarmente appetibili e favorire consumi ripetuti, mentre il mercato del dimagrimento prospera attraverso promesse miracolistiche, integratori di dubbia efficacia e soluzioni commerciali che alimentano l’illusione di poter acquistare la magrezza. Un mercato nel quale convivono, naturalmente, prodotti inutili e trattamenti farmacologici di comprovata utilità clinica, che non andrebbero confusi.

L’obesità è diventata una delle grandi questioni sanitarie del villaggio globale. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità riferiti al 2024, circa 2,6 miliardi di adulti nel mondo sono in sovrappeso, compresi 940 milioni che vivono con obesità. Numeri impressionanti, che raccontano una trasformazione profonda delle abitudini alimentari e degli ambienti di vita. L’abbondanza e la crescente accessibilità di alimenti ad alta densità calorica, la progressiva sedentarietà, le disuguaglianze economiche e la trasformazione dei sistemi alimentari hanno contribuito a modificare il rapporto dell’umanità con il cibo, favorendo in molte aree geografiche l’abbandono dei modelli tradizionali, compreso quello mediterraneo, a vantaggio di stili di consumo riconducibili alla cosiddetta westernizzazione della dieta.

Una mutazione che non riguarda soltanto ciò che mettiamo nel piatto, ma investe le strategie economiche e politiche che orientano i consumi, i protocolli di prevenzione e cura, le rappresentazioni del corpo e perfino i rapporti tra individuo e collettività. La questione, insomma, è diventata profondamente socioculturale: viviamo in società nelle quali il sovrappeso è sempre più diffuso, ma il modello estetico dominante continua a essere quello della magrezza, dell’efficienza fisica e della silhouette disciplinata. Una contraddizione che, oltre ai problemi sanitari, produce dinamiche di esclusione, discriminazione e mancata accettazione sociale.

Essere in sovrappeso significa troppo spesso essere considerati “meno”: meno performanti, meno attraenti, meno adatti a ricoprire ruoli di rappresentanza, meno meritevoli di considerazione. Poco importa quali competenze siano state acquisite, quali capacità professionali si posseggano o quali risultati si siano raggiunti: a volte sembra contare soprattutto la taglia. Il pregiudizio estetico si trasforma così in discriminazione lavorativa, come dimostrano numerose ricerche che hanno individuato associazioni tra peso corporeo, opportunità occupazionali e retribuzioni, pur con differenze significative tra Paesi, generi e contesti sociali.

La questione si aggrava quando si introduce la variabile di genere. Diverse indagini hanno evidenziato come le donne con obesità possano incontrare maggiori ostacoli nell’accesso al lavoro, nella progressione di carriera e nel riconoscimento economico rispetto alle colleghe più magre. In una società che continua a pretendere dalle donne una conformità estetica più rigorosa rispetto agli uomini, il corpo femminile diventa un ulteriore terreno di giudizio, indipendentemente dalle capacità intellettuali e professionali. Le competenze, la disponibilità, l’efficienza, la motivazione e la capacità di apprendimento, che dovrebbero costituire gli indicatori fondamentali del valore di un lavoratore, rischiano di essere oscurate da chili e centimetri.

Così si finisce per valutare il corpo anziché la mente, secondo una logica che conserva evidenti tracce di maschilismo e che riduce l’individuo alla sua dimensione fisica, imponendo alle donne un ulteriore carico sociale: quello di dover dimostrare continuamente il proprio valore, quasi in un tentativo perenne di scrollarsi di dosso il peccato originale della femminilità. Se la storia professionale e le competenze finiscono per contare meno della bilancia, la persona viene ridotta a un involucro e il sovrappeso diventa una pregiudiziale capace di cancellare, agli occhi degli altri, tutta la complessità dell’individuo.

Le persone con obesità diventano così, metaforicamente, le “oche da ingozzo” del villaggio globale: prima corteggiate da un mercato alimentare che incoraggia il consumo continuo, poi additate da quello stesso sistema come mangiatori senza freni, individui privi di volontà, improduttivi, incapaci di autodisciplina e perfino responsabili dell’aggravio dei costi sanitari. Consumatori ideali quando acquistano, cittadini colpevoli quando ingrassano. Puniti, umiliati e offesi per il loro peso, in un processo di stigmatizzazione che non riguarda soltanto le forme più gravi di obesità, ma può investire anche persone con un sovrappeso modesto, prive di particolari compromissioni della salute.

La cosa non dovrebbe meravigliare. Nella società che ha elevato il fitness, l’efficienza, la velocità e la leggerezza a valori quasi assoluti, sembra esserci sempre meno spazio per le taglie plus size. La grassezza diventa una colpa, una debolezza morale, una condizione da correggere e, nei suoi risvolti più estremi, l’oggetto di una vera e propria obesofobia. Ma qual è la soglia della normalità, quando il corpo viene utilizzato come misura del rapporto tra individuo e collettività? E soprattutto, chi stabilisce dove finisca la salute e dove cominci l’imposizione estetica?

Se è vero che la società contemporanea guarda con sospetto ai volumi corporei eccessivi, è altrettanto vero che gli ideali di bellezza non hanno mai avuto una taglia immutabile. Sono cambiati attraverso i secoli, seguendo condizioni economiche, valori culturali e rapporti di potere. Il corpo è diventato così l’indicatore visibile di una presunta normalità, mentre grasso e magro sembrano costituire le variabili di un algoritmo sociale che distribuisce approvazione, successo e riconoscimento.

Il messaggio dominante è semplice quanto pericoloso: se vogliamo essere felici, dobbiamo essere magri. La magrezza viene associata alla salute, all’autocontrollo, alla bellezza e al successo, mentre il grasso, da caratteristica fisica, si trasforma in colpa morale e, quando assume rilevanza clinica, in una malattia sulla quale si proiettano giudizi che nulla hanno a che vedere con la medicina. Un tempo il peso corporeo non occupava necessariamente un posto centrale nella percezione quotidiana di sé; oggi la bilancia, le calorie, le misure e le taglie accompagnano l’esistenza di milioni di persone, trasformando il corpo in un oggetto di sorveglianza permanente.

Gli abbondanti diventano così la rappresentazione emblematica di un mondo diviso tra chi non ha abbastanza da mangiare e chi dispone di cibo in eccesso, tra chi è costretto alla privazione e chi viene accusato di non sapersi privare. Il peso forma si trasforma in uno strumento di omologazione, una misura della conformità sociale che pretende di plasmare il corpo e, attraverso di esso, standardizzare perfino l’anima.

L’obesofobia assume allora i toni rigidi di un’ortodossia e quelli intolleranti di una persecuzione, come se un corpo distante dai canoni estetici dominanti corrispondesse necessariamente a una deformazione del carattere, a una macchia morale o a un’imperfezione sociale da cancellare. Si insinua così il convincimento che le persone considerate incapaci di controllare il proprio peso siano anche meno affidabili, meno disciplinate e meno meritevoli di opportunità.

Alcune interpretazioni sociologiche hanno individuato una possibile radice culturale di questi pregiudizi nell’etica puritana e nella tradizione protestante, che attribuiscono particolare valore all’autodisciplina e all’autocontrollo individuale. Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre a una sola matrice religiosa un fenomeno tanto complesso. Resta il fatto che, in determinati contesti culturali, il sovrappeso viene interpretato come la manifestazione visibile di una mancanza di volontà, quasi fosse una confessione pubblica di pigrizia, inaffidabilità o scarsa intelligenza. È lo stereotipo del grasso buffo, goffo e un po’ sciocco, destinato a suscitare ilarità; oppure, nella sua versione femminile, quello dell’amica rassicurante, simpatica e innocua, che non rappresenterà mai una concorrente sentimentale.

Il problema è che la stessa società che ci vuole magri fa di tutto perché non lo restiamo.

Siamo bombardati da immagini, pubblicità e trasmissioni televisive nelle quali il cibo occupa un posto centrale. Ovunque si vende cibo, si prepara cibo, si racconta cibo. La grande distribuzione studia i nostri comportamenti, analizza le abitudini di acquisto e calibra la propria offerta sulle esigenze di una quotidianità sempre più veloce, proponendo monoporzioni, alimenti pronti, prodotti surgelati, confezioni che promettono praticità e conservazioni sempre più lunghe. Nelle vie delle nostre città l’offerta ristorativa è pressoché illimitata e, se da un lato permette di incontrare culture gastronomiche differenti, dall’altro rende disponibile cibo a quasi ogni ora del giorno e della notte, favorendo abitudini che possono allontanarci dalla regolarità dei pasti e dall’ascolto dei segnali fisiologici di fame e sazietà.

A questo si aggiunge la progressiva digitalizzazione della vita quotidiana, accelerata durante la pandemia, che consente di lavorare, acquistare, comunicare e perfino visitare luoghi senza muoversi da casa. Una straordinaria conquista tecnologica che, quando non viene accompagnata da una consapevole attenzione al movimento, rischia di ridurre ulteriormente le occasioni di attività fisica spontanea.

Siamo così esposti a un continuo tiro alla fune, ai cui estremi si trovano, da un lato, il buon senso, la prevenzione e l’alimentazione responsabile e, dall’altro, le logiche del profitto economico, della produzione e del consumo. Una contraddizione che non può essere risolta attribuendo ogni responsabilità al singolo individuo, come se il comportamento alimentare fosse indipendente dall’ambiente nel quale viviamo, dalle condizioni economiche, dal tempo disponibile, dalla cultura e dalle opportunità concrete di scegliere.

L’etica sembra essere stata sostituita dalla dietetica. La crociata verso la normalizzazione del corpo passa attraverso l’esaltazione della restrizione alimentare e la rappresentazione della magrezza come modello vincente, quasi fosse l’unica strada possibile verso la salute e la salvezza. Questa società della silhouette filiforme, della mortificazione delle curve e della prestazione fisica ha finito per coniare un undicesimo comandamento: essere magri a tutti i costi.

Come se esistesse un Anubi contemporaneo che, anziché pesare il cuore dei defunti, pesasse i corpi dei vivi, pronunciando il proprio giudizio non sulla condotta morale, ma sul numero indicato dalla bilancia. Una versione moderna del giudizio universale nella quale il paradiso appartiene ai magri e il purgatorio a tutti gli altri.

Le persone over, plus size, diventano così le vittime sacrificali di fenomeni sociali, interessi economici, processi di medicalizzazione e strategie politiche che troppo spesso dimenticano la centralità della persona. Agnelli votivi di una società bulimica che cerca di lenire i propri eccessi e le proprie paure attribuendo agli individui la responsabilità esclusiva di condizioni che essa stessa contribuisce a produrre. Una società che proclama di avere a cuore la salute dei propri cittadini, ma rischia di lasciarli contemporaneamente esposti a un ambiente obesogeno e al giudizio sociale.

Eppure, contrastare l’obesità e contrastare la discriminazione delle persone con obesità non sono obiettivi incompatibili. Al contrario, dovrebbero rappresentare le due facce della stessa politica di salute pubblica: prevenire le patologie senza colpevolizzare chi ne soffre, promuovere un’alimentazione equilibrata senza trasformare la magrezza in un imperativo morale, riconoscere il valore della cura senza ridurre l’identità di una persona alla sua condizione fisica.

Perché il vero progresso non consiste nel costruire una società di corpi tutti uguali, ma nel garantire a ciascuno la possibilità di vivere in salute, con dignità e senza discriminazioni. La nutrizione consapevole dovrebbe liberarci dagli eccessi, non imprigionarci in nuovi dogmi estetici; dovrebbe insegnarci a prenderci cura del corpo, non a giudicare quello degli altri.

Che la Pentecoste della nutrizione consapevole ci aiuti, dunque, a resistere alle tentazioni. Non soltanto a quelle del cibo, ma soprattutto a quelle, ben più insidiose, del pregiudizio.

21 Ottobre 2026/da Redazione
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