Il Salento: la terra delle pietre, dei misteri e del silenzio, di Silvia Tonda
Settembre è un mese particolare per chi ama viaggiare, soprattutto quando si sceglie una destinazione che durante l’estate richiama migliaia di visitatori. Le giornate sono ancora luminose, il mare conserva buona parte del calore accumulato nei mesi precedenti e le località turistiche, lentamente, cominciano a ritrovare una dimensione più tranquilla, quasi confidenziale, che permette di osservare ciò che durante l’alta stagione rischia di passare inosservato.
È proprio con questo spirito che, verso la metà di settembre, ho raggiunto il Salento insieme a una piccola troupe di Seven Live TV, composta da un cameraman, un fotografo e un tecnico della nostra redazione, con l’intenzione di realizzare un videoservizio dedicato non tanto alle bellezze più conosciute di questa terra, quanto a quei luoghi, a quelle storie e a quelle particolarità che difficilmente trovano spazio nei tradizionali racconti turistici.
Conoscevo naturalmente la fama delle sue spiagge, delle acque trasparenti e dei borghi affacciati sul Mediterraneo, ma desideravo scoprire qualcosa di diverso, qualcosa che avesse a che fare con l’identità profonda di questo territorio e con quella particolare capacità che certi luoghi possiedono di conservare, anche attraverso i secoli, un rapporto quasi misterioso con il proprio passato.
Devo anticipare che il Salento è riuscito a sorprendermi molto più di quanto immaginassi e che, al termine del nostro viaggio, mi sono ritrovata con una certezza: per conoscere davvero questa terra occorre tornarci, possibilmente quando anche gli ultimi turisti se ne sono andati.
Il Salento occupa la parte meridionale della Puglia, protendendosi tra il mare Adriatico e lo Ionio in una penisola che comprende la provincia di Lecce e parte dei territori di Brindisi e Taranto. La sua conformazione prevalentemente pianeggiante, interrotta dalle modeste alture delle Serre Salentine, potrebbe far pensare a un paesaggio relativamente uniforme, ma è sufficiente abbandonare le strade principali per rendersi conto di quanto questa impressione sia ingannevole.
Alle distese coltivate si alternano muretti a secco, antiche masserie, piccoli boschi, depressioni carsiche e distese di roccia calcarea che affiora dal terreno, mentre lungo la costa il paesaggio cambia continuamente, passando dalle scogliere dell’Adriatico alle spiagge sabbiose dello Ionio.
Anche la storia è molto più complessa di quanto possa apparire a un primo sguardo, perché questa penisola ha rappresentato per millenni un punto d’incontro tra popolazioni e culture differenti. Prima dell’arrivo dei Romani, una parte importante del territorio era abitata dai Messapi, popolazione dell’antichità che sviluppò una propria civiltà e intrattenne intensi rapporti con il mondo greco, lasciando testimonianze archeologiche ancora oggi oggetto di studio. Successivamente furono i Romani, i Bizantini, i Normanni e altre dominazioni a contribuire alla formazione di un patrimonio storico e culturale straordinariamente articolato, nel quale convivono tradizioni latine, influenze orientali e persino una persistente eredità linguistica greca, riconoscibile ancora oggi nei paesi della Grecìa Salentina.
Durante i nostri spostamenti mi ha colpita soprattutto il modo in cui queste testimonianze convivono con la quotidianità, senza necessariamente trasformarsi in attrazioni turistiche, come se la storia fosse rimasta incorporata nei muri delle case, nelle pietre dei campi e nelle abitudini degli abitanti.
Chi associa il Salento esclusivamente al mare rischia di trascurare uno degli aspetti più interessanti del suo patrimonio ambientale, rappresentato dalla vegetazione mediterranea e da una biodiversità che si è adattata nel corso del tempo a condizioni climatiche non sempre facili.
Il vento, il sole intenso e la scarsità d’acqua durante i mesi estivi hanno favorito la presenza di piante capaci di sopravvivere in ambienti aridi, come il lentisco, il mirto, il corbezzolo, il rosmarino selvatico e diverse specie di ginepro, che in alcuni tratti costieri formano una vegetazione fitta e profumata.
Particolarmente interessante è il territorio compreso nel Parco naturale regionale Costa Otranto–Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase, dove la macchia mediterranea si alterna a scogliere, piccoli ambienti boschivi e habitat di notevole valore naturalistico.
Durante il nostro viaggio abbiamo dedicato attenzione anche alla fauna, perché il Salento occupa una posizione geografica importante lungo le rotte migratorie di numerose specie di uccelli che attraversano il Mediterraneo. Nelle campagne e negli ambienti più naturali si possono incontrare piccoli rapaci, civette, gheppi e numerosi passeriformi, mentre nelle aree umide costiere trovano condizioni favorevoli diverse specie acquatiche e migratrici.
A settembre, inoltre, la natura comincia lentamente a cambiare ritmo, anche se l’autunno qui non assume immediatamente i colori ai quali siamo abituati nelle regioni settentrionali. La vegetazione mantiene in gran parte le sue tonalità verdi e argentee, la luce diventa meno aggressiva e il paesaggio acquista una profondità particolare, soprattutto nelle ore che precedono il tramonto.
Non si può parlare della natura salentina senza ricordare gli ulivi, autentici protagonisti della storia agricola e del paesaggio locale, oggi purtroppo segnati in molte aree dalla diffusione della Xylella, il batterio che ha provocato la morte di un numero enorme di piante. Attraversare alcune campagne significa anche confrontarsi con questa ferita, osservando tronchi ormai disseccati accanto a nuovi impianti e comprendendo quanto il rapporto tra una comunità e il proprio territorio possa essere profondo, fragile e difficile da ricostruire.
Uno dei momenti più interessanti del nostro viaggio lo dobbiamo ad Alfredo, un amico che vive in questa terra e che, conoscendo la mia curiosità per le storie insolite e per i luoghi lontani dai percorsi più frequentati, ci aveva promesso di accompagnarci in un posto davvero particolare.
Non ci aveva anticipato molto, limitandosi a suggerirci di tenere pronta l’attrezzatura e di dedicare alla visita tutto il tempo necessario, perché, a suo dire, avremmo scoperto un Salento completamente diverso da quello delle cartoline.
La nostra destinazione era Giuggianello, un piccolo centro dell’entroterra leccese, non lontano da Otranto, in una zona dove il paesaggio rurale custodisce testimonianze antichissime e dove alcune formazioni rocciose sono diventate protagoniste di racconti popolari tramandati attraverso le generazioni.
Lasciato il centro abitato, ci siamo inoltrati tra uliveti, muretti a secco e terreni pietrosi, raggiungendo un luogo che porta un nome già di per sé sufficiente a suscitare curiosità: i Massi della Vecchia.
Qui si trovano grandi formazioni calcaree modellate dagli agenti atmosferici, alcune delle quali hanno assunto configurazioni così particolari da alimentare, nel corso dei secoli, racconti di giganti, creature misteriose e presenze soprannaturali.
Una di queste rocce è conosciuta come Lu Lettu te la Vecchia, il letto della Vecchia, e proprio intorno a essa si è sviluppata una delle leggende più affascinanti del territorio.
Osservando quelle enormi pietre, immerse in un paesaggio apparentemente immobile, ho compreso immediatamente perché Alfredo avesse scelto di portarci proprio lì. Non si tratta di un luogo spettacolare nel senso tradizionale del termine, ma di uno spazio capace di esercitare un fascino sottile, nel quale la natura, la storia e l’immaginazione sembrano sovrapporsi.
Per chi, come me, è attratto dalle antiche leggende e dalle storie che nascono intorno a luoghi particolari, era praticamente impossibile non fermarsi a lungo. Secondo la tradizione popolare, tra queste pietre avrebbe vissuto una figura femminile misteriosa, chiamata la Vecchia, identificata in alcune versioni del racconto con una strega, la Striara, capace di pronunciare profezie e maledizioni.
La leggenda racconta che la Vecchia utilizzasse uno dei grandi massi come giaciglio e che custodisse un tesoro straordinario, composto da una chioccia e sette pulcini d’oro, nascosto sotto la pietra.
Per impossessarsene sarebbe stato necessario compiere un’impresa impossibile, sollevando l’enorme masso con un solo dito nel giorno di San Giovanni, il 24 giugno, una data che non sorprende ritrovare in un racconto di questo genere, considerando il particolare significato simbolico che la notte di San Giovanni ha assunto in numerose tradizioni popolari europee.
Naturalmente siamo nel campo delle leggende, e sarebbe sbagliato attribuire a questi racconti un valore storico che non possiedono, ma sarebbe altrettanto riduttivo considerarli semplici fantasie prive di interesse.
Le storie popolari raccontano molto delle comunità che le hanno generate, delle loro paure, delle speranze e del bisogno di attribuire un significato a fenomeni naturali difficili da spiegare, soprattutto in epoche nelle quali il confine tra conoscenza, religiosità e superstizione era assai meno definito di oggi.
Mentre ascoltavo Alfredo e osservavo quelle pietre, il pensiero è tornato inevitabilmente alle leggende piemontesi che ho avuto occasione di approfondire, alle masche delle nostre vallate e ai racconti legati al Pioppeto della Maddalena, vicino a Giaveno.
Non esiste naturalmente un collegamento tra queste tradizioni così lontane geograficamente, ma mi ha colpita la somiglianza del meccanismo attraverso il quale una comunità finisce per attribuire a un luogo un’identità misteriosa, trasformando un bosco, una roccia o un antico sentiero nel teatro di presenze e avvenimenti che continuano a essere raccontati anche quando se ne è ormai perduta l’origine.
In Piemonte sono spesso i boschi, i crocevia e le case isolate a diventare protagonisti delle storie di masche, mentre qui, nel Salento, sembrano essere soprattutto le pietre, le grotte e le testimonianze di civiltà scomparse a custodire il mistero.
La sensazione, tuttavia, è sorprendentemente simile: quella di trovarsi davanti a qualcosa che appartiene al paesaggio reale ma che, nello stesso tempo, sembra suggerire l’esistenza di un’altra dimensione, costruita dalla memoria e dall’immaginazione collettiva. La visita ai Massi della Vecchia ci ha offerto anche l’occasione per approfondire un altro aspetto poco conosciuto del territorio, rappresentato dalla presenza di dolmen, menhir e testimonianze archeologiche che documentano una frequentazione umana molto antica.
Nell’area di Giuggianello e nel vicino territorio di Giurdignano si conservano diversi monumenti megalitici, alcuni dei quali sono stati interpretati come strutture funerarie o testimonianze di pratiche rituali, anche se non sempre la loro funzione originaria è stata chiarita in modo definitivo.
Queste presenze, inserite in un paesaggio agricolo che ha conservato molti dei propri caratteri tradizionali, contribuiscono a creare un’atmosfera particolare, perché ricordano quanto sia lunga la storia dell’insediamento umano in questa parte della penisola italiana.
Ancora più straordinaria è la vicenda della Grotta dei Cervi, nei pressi di Porto Badisco, uno dei complessi di arte rupestre più importanti d’Italia, scoperto nel 1970 e caratterizzato da migliaia di pittogrammi preistorici.
La grotta non è normalmente accessibile al pubblico, proprio per preservare un patrimonio estremamente delicato, ma la sua esistenza testimonia quanto il Salento fosse già in epoche remotissime un territorio culturalmente significativo. Pensare che, sotto la superficie di una terra oggi conosciuta soprattutto per le vacanze estive, si conservino testimonianze di esseri umani vissuti migliaia di anni fa, capaci di lasciare sulle pareti delle grotte immagini, simboli e rappresentazioni del proprio mondo, è qualcosa che modifica inevitabilmente il modo di osservare il paesaggio.
Nei giorni trascorsi in Salento abbiamo cercato di alternare le riprese dedicate agli ambienti naturali con quelle rivolte ai piccoli centri dell’entroterra, soffermandoci sui dettagli che spesso sfuggono a chi attraversa un luogo soltanto per raggiungere una spiaggia o una località famosa. Le facciate in pietra chiara, i cortili nascosti dietro portoni apparentemente anonimi, le antiche masserie e le strade di campagna delimitate dai muretti a secco compongono un patrimonio paesaggistico che meriterebbe di essere conosciuto con maggiore attenzione.
Anche il lavoro della nostra troupe ha beneficiato della scelta di viaggiare a settembre, perché la minore presenza di visitatori ci ha permesso di osservare e raccontare molti luoghi con una tranquillità difficilmente immaginabile nel pieno dell’estate. Ho apprezzato particolarmente il fatto che, lontano dalle zone più frequentate, il Salento conservi una dimensione quotidiana nella quale il rapporto con il territorio appare ancora molto forte, nonostante i cambiamenti economici e sociali degli ultimi decenni.
È una terra che non nasconde le proprie contraddizioni, dove alla bellezza del paesaggio si affiancano le difficoltà dell’agricoltura, lo spopolamento di alcuni piccoli centri e le conseguenze di un turismo che, concentrandosi in pochi mesi, rischia talvolta di lasciare in secondo piano tutto ciò che non è immediatamente riconducibile al mare.
Eppure, proprio questa complessità rende il Salento interessante, perché dietro l’immagine luminosa e spensierata delle vacanze esiste una realtà molto più articolata, fatta di storia, natura, tradizioni e persone che custodiscono un patrimonio di conoscenze spesso sconosciuto ai visitatori.
Al termine del nostro viaggio, mentre riguardavamo alcune delle immagini raccolte per il videoservizio di Seven Live TV, mi sono resa conto che ciò che mi aveva colpita maggiormente non era stato un singolo panorama, una particolare località o un monumento, ma l’insieme delle sensazioni che questo territorio era riuscito a trasmettermi.
Il Salento mi è apparso come una terra capace di offrire esperienze profondamente diverse a seconda del periodo nel quale la si visita e, soprattutto, della disponibilità che si ha ad abbandonare gli itinerari più conosciuti.
La visita ai Massi della Vecchia, resa possibile dalla disponibilità di Alfredo, rimarrà certamente uno dei ricordi più intensi di questa esperienza, non soltanto per il fascino della leggenda, ma per la consapevolezza di aver scoperto un luogo che difficilmente avremmo raggiunto seguendo un normale itinerario turistico.
Sono tornata con molte immagini, numerosi appunti e soprattutto con il desiderio di approfondire ancora la conoscenza di questo territorio, magari dedicando un prossimo viaggio ai mesi di novembre o febbraio, quando il mare cambia colore, le giornate si accorciano e la vita dei piccoli paesi segue ritmi completamente differenti da quelli dell’estate. Mi piacerebbe ritrovare quelle campagne sotto un cielo invernale, osservare le scogliere battute dal vento, ascoltare altre storie raccontate dagli abitanti e scoprire se esistono ancora luoghi e leggende che attendono soltanto qualcuno disposto a fermarsi per conoscerli.
Perché il Salento che ho incontrato non è soltanto una splendida destinazione turistica, ma una terra antica, sorprendente e talvolta misteriosa, nella quale il paesaggio sembra custodire molte più storie di quante sia possibile raccontare in un solo viaggio.
E se c’è una cosa che questa esperienza mi ha insegnato è che, qualche volta, per scoprire davvero la bellezza di un luogo, bisogna avere la curiosità di cercarla proprio dove gli altri non pensano di guardare.



