La nuova età della pietra, di Mara Antonaccio
Viviamo un’epoca nella quale l’uomo conquista quotidianamente nuove libertà sino a un decennio addietro impensabili, ma senza accorgersene, comincia lentamente a perderle; quella attuale ci sta dando l’illusione di essere solo tesi verso un futuro smagliante e facile, perché disponiamo di una quantità di conoscenze, strumenti e tecnologie mai possedute prima nella storia, ma forse, senza rendercene conto, stiamo inconsapevolmente scivolando in quella delle grandi regressioni silenziose, dalle quali non si torna indietro per mancanza di mezzi, bensì perché si smette di esercitare le facoltà che hanno reso possibile il progresso.
L’evoluzione umana non è stata un miracolo improvviso, ma una lenta conquista durata milioni di anni; da quando nel 1859 Darwin ne gettò le basi con la teoria moderna dell’evoluzione per selezione naturale, con la pubblicazione “L’origine delle specie”, essa viene quasi sempre rappresentata come una scala in progressione: dalla scimmia all’uomo, dalla pietra al computer, dalla ruota all’intelligenza artificiale. È un’immagine rassicurante perché suggerisce che il futuro sarà inevitabilmente migliore del passato ma la natura non ragiona così; essa non conosce il progresso, conosce soltanto l’adattamento.
Un organismo sviluppa e mantiene ciò che utilizza e perde lentamente ciò che non gli serve più; gli animali che hanno vissuto per milioni di anni nelle grotte hanno perso la vista, perché non ne avevano bisogno; gli uccelli incapaci di volare hanno rinunciato alle ali quando queste sono diventate inutili: nessuna legge biologica garantisce che il cervello umano faccia eccezione.
Per questo motivo il nostro tempo potrebbe essere il primo nella storia degli Ominini in cui una parte dell’evoluzione si arresta volontariamente; non perché il cervello diventi improvvisamente più piccolo, ma perché viene utilizzato sempre meno per le funzioni che lo hanno reso straordinario. Memorizzare, calcolare, orientarsi, scrivere, argomentare, dubitare, collegare discipline diverse sono attività che richiedono un enorme consumo energetico; il cervello tende naturalmente a risparmiare energia, come tutte le funzioni biologiche; se una macchina svolge quel lavoro al posto nostro, la tentazione di delegare diventa automatica.
È esattamente ciò che sta accadendo; abbiamo affidato ai navigatori la capacità di orientarci -ricordo con affetto i lunghi viaggi con la cartina aperta sul cruscotto dell’auto-, ai motori di ricerca la memoria, agli algoritmi la selezione delle informazioni, ai social la costruzione delle relazioni, all’intelligenza artificiale perfino la scrittura e la sintesi del pensiero. Ogni delega che operiamo appare ragionevole, ormai banale e giustificata, ma non osserviamo il fenomeno nel suo insieme, perché il senso critico scema; in realtà perdiamo ogni giorno un granello di sabbia: nessuno se ne accorgerà finché la spiaggia non sarà scomparsa.
L’uomo moderno continua a utilizzare le mani ma non più nel modo in cui esse hanno costruito la civiltà; per centinaia di migliaia di anni hanno scolpito la pietra, acceso il fuoco, inciso il legno, scritto pergamene, costruito cattedrali, dipinto affreschi, progettato macchine; oggi compiono soprattutto un gesto: scorrere uno schermo. È un movimento poverissimo dal punto di vista cognitivo perché non costruisce, non immagina, non trasforma la materia, consuma solo contenuti progettati da altri. Eppure sono loro a rappresentare una delle chiavi della nostra evoluzione; la scienza ha dimostrato che una parte enorme della corteccia cerebrale è dedicata al controllo delle mani e delle dita: più il gesto è raffinato, più il cervello viene coinvolto; è una relazione simbiotica. Non sono un semplice strumento del cervello: sono una delle cause della sua complessità. Se questo è vero, allora dovremmo domandarci quali conseguenze avrà una civiltà nella quale il gesto più frequente consiste nel far scorrere il pollice sul vetro di uno smartphone.
La questione diventa ancora più inquietante se si osserva la perdita della curiosità, che ha spinto i nostri antenati a scoprire il mondo e a trasformarlo; la conoscenza non nasce dalla disponibilità delle informazioni, nasce dal desiderio di cercarle, ed è questo desiderio che rischia di spegnersi. Se ogni risposta arriva in pochi secondi, se ogni dubbio viene risolto da un algoritmo, se ogni contenuto viene sintetizzato, perché affrontare la fatica dello studio? Perché leggere quattrocento pagine quando qualcuno può raccontarcele in tre minuti in un podcast? Ma la realtà disattesa è che il sapere non coincide con l’informazione: la cultura è il percorso, non il riassunto del percorso.
Harari sostiene che il potere del futuro apparterrà a chi controllerà i dati: forse il problema è ancora più radicale; il potere apparterrà a chi continuerà a sviluppare la propria capacità di interpretarli, perché i dati, da soli, non pensano, sono le persone a pensare. Qui si potrebbe creare una frattura destinata a diventare la vera questione politica e sociale del XXI secolo: non assisteremo soltanto a una disuguaglianza economica con il potere finanziario in sempre meno mani, assisteremo probabilmente a una divergenza cognitiva e pensarci mi dà i brividi.
Una minoranza continuerà a leggere libri, studiare filosofia, matematica, storia, musica, fisica, svilupperà il pensiero critico e saprà utilizzare l’intelligenza artificiale come un amplificatore delle proprie capacità; la restante maggioranza, invece, finirà per utilizzare gli stessi strumenti come sostituti permanenti del ragionamento; una società che non esercita più il pensiero critico diventa inevitabilmente più vulnerabile alla manipolazione. È una differenza enorme: nel primo caso la macchina rende l’uomo più potente, nel secondo rende l’uomo superfluo, senza parlare delle inevitabili ed orwelliane conseguenze in una società che osteggerà la conoscenza e in cui chi pensa criticamente non solo verrà emarginato, ma forse, perseguitato. Alcuni pensatori avevano intuito che la civiltà dell’immagine avrebbe impoverito quella del concetto, solo che oggi siamo andati oltre: non stiamo sostituendo soltanto la parola con l’immagine, rischiamo di sostituire il pensiero con la risposta automatica. Non è più necessario comprendere un problema: basta ottenere una soluzione.
In questo per me risiede la vera regressione antropologica: non il venir meno di alcune competenze tecniche o della manualità che tanto ha fatto per renderci intelligenti, ma la perdita della tensione verso il sapere; non smettiamo di essere Homo Sapiens quando dimentichiamo una formula matematica, smettiamo lentamente di esserlo quando perdiamo il desiderio di porci domande e assorbiamo supinamente tutto quello che ci viene propinato dalla mole di informazioni che ci bombarda, convinti che siano vere, perché i social sono il nuovo Vangelo, sostituendo progressivamente l’autorità della conoscenza.
Sono convinta che questa nuova età della pietra, epilogo indegno dell’Antropocene, non sarà caratterizzata dall’assenza della tecnologia, ma dal suo eccesso; avremo strumenti infinitamente più sofisticati di quelli immaginati da qualsiasi generazione precedente, ma potremmo utilizzarli come i nostri antenati utilizzavano una clava: senza comprenderne davvero il significato, limitandoci all’uso immediato.
Sorridendo amaramente, per me che per formazione scolastica e mentale ho sempre confidato nelle capacità straordinarie della mente umana, non posso che considerare questa evoluzione come il più grande paradosso della storia; dopo milioni di anni durante i quali la mano ha costruito il cervello, il cervello potrebbe iniziare lentamente a spegnersi proprio attraverso la mano: non perché abbia smesso di muoversi, ma perché ha smesso di creare.
E allora il vecchio cogito ergo sum di Cartesio potrebbe lasciare definitivamente il posto a un principio molto più povero: consumo, reagisco, condivido, dunque esisto: diventeremmo la prima civiltà capace di produrre un’intelligenza artificiale superiore mentre rinuncia, quasi con sollievo, a coltivare la propria.



