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Almanacco Cucina Italiana: Si mangia e si beve futurista – Lo devono sapere tutti, di Fiorella Franchini

Libri

La rivoluzione gastronomica di Tommaso Marinetti

di Fiorella Franchini

L’eredità gastronomica italiana viene spesso percepita come un monumento immutabile, una risorsa statica da preservare sotto una teca di vetro. Eppure, un’analisi approfondita rivela come la nostra cucina sia un processo di innovazione continua che ha trovato nel Futurismo il suo “lievito” più vitale e fondamentale. Lontano dall’essere una semplice parentesi stravagante, il movimento si è posto come il vero motore della modernità, influenzando la cucina contemporanea, in ogni sua declinazione.

Il volume “Almanacco Cucina Italiana: Si mangia e si beve futurista – Lo devono sapere tutti” – Giuseppe De Nicola editore – curato da Raffaella Aschieri con la collaborazione di numerosi autori, analizza questa l’eredità attraverso una lente multidisciplinare. L’opera sostiene che la ristorazione stellata, i pasti veloci, le formule per gli aperitivi e persino l’attenzione alla sostenibilità ambientale siano proiezioni dirette delle provocazioni futuriste.

Per i futuristi, il banchetto doveva essere una vera “opera d’arte totale”: mangiare non era un atto passivo, ma una performance multisensoriale capace di coinvolgere tatto, olfatto e udito oltre al gusto.

Il punto di rottura più celebre di questa rivoluzione fu la polemica di Filippo Tommaso Marinetti contro la pastasciutta, definita provocatoriamente una “assurda religione gastronomica”. Secondo la visione futurista, la pasta appesantiva lo spirito, rendendo l’uomo lento e pessimista e ostacolando lo slancio dinamico verso la modernità. Fu una sfida che scosse l’Italia intera, suscitando reazioni passionali che andarono dai cortei in difesa degli spaghetti a Napoli fino alle difese poetiche delle tagliatelle a Modena.  Al suo posto, Marinetti incoraggiava il consumo del riso, poiché favoriva l’industria nazionale liberando l’Italia dalla dipendenza dal grano straniero.

Oltre la provocazione, il testo evidenzia una straordinaria capacità profetica. Negli anni ’30, i futuristi teorizzavano pratiche oggi comuni nell’alta cucina. Marinetti immaginava l’uso di ozonizzatori, distillatori e lampade UV, prefigurando la trasformazione del cuoco in una sorta di chimico del sapore. Concetti modernissimi come il finger food, la cucina fusion e il food pairing erano già presenti, in forma embrionale, nelle loro ricette gastronomiche.

Il distacco dalla tradizione promulgato dai futuristi riguardava vari aspetti, coinvolgeva e investiva, oltre la scelta dei cibi e la loro preparazione (le ricette sono chiamate «formule» e sono spesso accompagnate dai disegni dell’autore), anche lo svolgimento dei banchetti e l’aspetto della pietanza quando veniva servita. Nel manifesto “La cucina futurista” di Marinetti e Fillia si legge che «bocconi simultanei e cangianti […] avranno nella cucina futurista la funzione analogica immensificante che le immagini hanno nella letteratura […] Futuristicamente mangiando si opera con tutti e cinque i sensi: tatto, gusto, olfatto, vista, udito».

I banchetti futuristi erano concepiti come veri e propri eventi spettacolari, realizzati entro cornici sceniche in cui l’atto del mangiare era accompagnato da profumi, spruzzati dai camerieri sui commensali, da rumori e da strofinamenti di tessuti: si pensi all’Aerovivanda, che andava mangiata con la mano destra mentre con la mano sinistra si strofinava una tavola di carta vetrata, velluto e seta. Marinetti invitava a sostituire le posate per esaltare il “piacere tattile prelabiale” e suggeriva a chi preparava le ricette di «concepire per ogni vivanda un’architettura originale, possibilmente diversa per ogni individuo», in modo che tutte le persone avessero «la sensazione di mangiare, oltre che dei buoni cibi, anche delle opere d’arte». 

Anche il linguaggio fu investito da questa ondata rinnovatrice, seppur con una venatura autarchica che portò a italianizzare termini stranieri: il sandwich divenne così il “traidue”, il cocktail la “polibibita” e il picnic il “pranzoalsole”. Questa visione trovò il suo tempio architettonico nella Taverna Santopalato di Torino, inaugurata nel 1932, un ristorante dalle pareti rivestite di alluminio che simboleggiava una modernità meccanica e spaziale. In questo scenario, figure come Delia Pavoni Notari, fondatrice della rivista La Cucina Italiana, e artiste come Marisa Mori e Benedetta Cappa contribuirono a delineare una “massaia moderna”, una figura femminile finalmente emancipata e creativa ai fornelli.

L’opera non si limita all’esaltazione acritica, ma riporta anche le reazioni dell’epoca, dalle critiche di Antonio Gramsci alle accuse di “buffoneria” rivolte al movimento. Il testo è completato da una ricca iconografia storica, citazioni di artisti d’epoca (come Boccioni, Balla, Depero e Prampolini) e da una bibliografia di riferimento, e si distingue per uno stile che coniuga il rigore dell’analisi storica con una narrazione dinamica e coinvolgente. L’autrice alterna efficacemente la teoria (come la polemica di Marinetti contro la pasta) a episodi storici curiosi (i cortei a Napoli o l’architettura della Taverna Santopalato), rendendo la lettura stimolante anche per un pubblico non specialistico.

Riscoprire queste radici significa riconoscere al Futurismo il merito storico di aver “svecchiato il desco” ottocentesco. Nonostante l’appoggio formale del regime, l’arte culinaria futurista rimase spesso un fenomeno d’élite o intellettuale, mentre la cucina fascista reale si concentrò maggiormente sul consumo di prodotti locali e surrogati (come il caffè di cicoria) a causa della crisi economica. 

La cucina dei futuristi fu principalmente una provocazione artistica che, pur influenzando l’estetica, non riuscì a sostituire le tradizioni italiane, preferite dalla popolazione. Tuttavia, gettò il seme di una metamorfosi dell’alimentazione in un gesto culturale e artistico, proiettando la tavola italiana verso un futuro che, in gran parte, è quello che stiamo vivendo oggi.

16 Maggio 2026/da Redazione
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