Peppino di Capri, il ricordo di una autentica leggenda della musica italiana del ‘900, di Patrizia Foresto
Stamane leggendo della morte di Peppino di Capri sono stata colta da profonda tristezza. E’ vero, si sa, tutti lo sappiamo, la vita ci è data entro precisi limiti di tempo ma troppo spesso ci viene chiesto di salutare chi vorremmo trattenere. il tempo di cui il grande poeta libanese Kalil Gibran disse : ” ma se voi pensate di misurare il tempo con le stagioni fate allora che ogni stagione racchiuda tutte le altre ed il presente abbracci il passato con il ricordo ed il futuro con l’attesa.” Ma quando a lasciarci è qualcuno che in qualche modo ci ha accompagnati da sempre come presenza discreta e costante nel nostro Paese, l’Italia, quella dell’indimenticabile , mitico 900 che la vide impegnata in un tempo importante quello della ricostruzione, della rinascita, quello che la portò in ogni ambito ad essere ciò che è stata anche attraverso personaggi come Peppino di Capri, icona indimenticabile della musica italiana portandola ad un livello tale da essere apprezzata in tutto il mondo, ebbene non si può che fermarsi e mettersi in ascolto delle proprie emozioni ed una certa tristezza ci sta, è normale provarla, ti afferra lasciando parlare il cuore mentre i ricordi si sommano. Peppino di Capri ha fatto pienamente parte di quel tempo con la sua voce calda, le sue canzoni, la sua italianità più vera, quella di chi non si stancava di lavorare, di dare, di creare, di produrre. E lui ha dato, eccome se ha dato, infaticabile, talentuoso produttore delle sue canzoni, della sua arte che ha fatto epoca, dando anche vita ad una nuova moda del tutto coinvolgente, quella del periodo del Twist contribuendo, con il suo Gruppo, I Rockers , a far conoscere quel ballo portandolo anche in Italia, ciò che rivoluzionò giovani e meno giovani, la loro vita, i loro gusti, il loro modo di porsi in quel tempo, gli anni Sessanta, in continuo divenire. Tutto ciò con la sua musica, simbolo di una terra, la nostra, così prolifica di talenti come lui ha saputo essere con la sua voce inconfondibile dai colori caldi, capace di raggiungere il cuore di chi lo ascoltava. Giuseppe Faiella all’Anagrafe, nacque nella sua isola Azzurra come viene anche chiamata Capri per il colore dei suoi fondali marini, il 27 Luglio del 1939 ed avrebbe quindi festeggiato tra pochi giorni il suo ottantasettesimo compleanno. Nacque in una famiglia di musicisti che lo indirizzarono alla musica già da piccolo. Figlio d’arte non smentì mai le aspettative della famiglia vincendo nel 1970 il Festival della Canzone napoletana con il brano “Me chiamme ammore“ ed il Festival di San Remo nel 1973 e nel 76 con “Un grande amore e niente più“ e “Non lo faccio più“. Iniziò a soli sei anni lo studio del pianoforte, lo strumento che con la sua voce fu il suo fedele compagno di vita. Un successo il suo sempre in crescita, discretamente come sapeva fare lui, nella sua veste di cantante, di pianista e per un certo periodo anche di attore, sempre devoto al suo pubblico, alla sua terra, ai suoi valori. L’ho conosciuto personalmente nel suo e nostro meraviglioso Sud, una sera ad Ischia, anche detta isola verde per la sua folta vegetazione, poco lontano dalla sua amata Capri ad una serata in suo onore in un meraviglioso albergo sul mare che è a tutt’oggi di proprietà di un nostro comune amico. Erano i primi anni del nascente secolo, il Settembre del 2004 se ben ricordo. Eravamo al mitico “O Rangio fellone“, la storica terrazza del Grand Hotel Punta Molino Beach, a pochissimi passi dal mare di fronte al castello Aragonese e proprio quel luogo fu uno dei cuori pulsanti della dolce vita di Ischia ed è anche stato il luogo dove Peppino di Capri e vari artisti di quegli anni d’oro tra cui Mina, Lucio Battisti, Ornella Vanoni e tanti altri, tutti giovani talentuosi, proprio lì in quel luogo mitico dove ci trovavamo quella sera, mosse i primi passi come professionista. A quei tempi lui cantava a O Rangio Fellone e Mina al vicino Grand Hotel Moresco e quando terminavano ormai a notte inoltrata, lui la passava a prendere con la sua Lambretta color salmone, come il Maestro stesso raccontava. Lo conobbi quella sera ed ebbi l’onore di avere il Maestro accanto, mio vicino di tavola, dopo averlo ascoltato in alcuni suoi brani tra i più conosciuti ed ebbi modo durante la cena, ricordo che assaggiò molto discretamente le tante squisitezze partenopee, di conoscerlo nella sua riservatezza, nel suo sorriso generoso e discreto, nella sua vastissima cultura musicale e non solo, nella gentilezza dei suoi modi, del suo porgersi. Notai in lui una punta di discreto riserbo tipico dei grandi che conoscono bene il proprio valore e non hanno alcuna necessità di mettersi in mostra né di dimostrare alcunché se non sé stessi. Parlammo di tante cose e capii più che mai il suo attaccamento a Capri, al nostro bellissimo Sud, alle sue tradizioni, alla sua gente cui ha dato tanto, e loro a lui, alla sua musica, parte integrante della sua vita e della sua terra, lui vera icona della musica italiana e partenopea nel mondo. Gli raccontai che anch’io, come tanti giovani, vissi un amore di gioventù grazie ad una sua canzone, una di quelle che lui cantò in apertura di serata e lui mi sorrise quasi complice, divertito e compiaciuto ma non mi chiese che fine ha fatto quell’amore, discreto come sempre. Oggi che la sua clessidra ha terminato il suo tempo porto più che mai nel cuore questo ricordo del Maestro, vero signore partenopeo e sapere che non è più tra noi è come aver in parte perso il profumo più autentico di quel tempo che vivrà comunque e sempre nei suoi brani intramontabili ed unici. Addio Maestro, addio leggenda, un saluto che ha il significato di “ti lascio nelle mani di Dio finché ci rivedremo” con un grazie sincero da parte di quanti, e sono tantissimi, ti hanno stimato ed amato. Sei e resterai nei nostri cuori.



