L’equinozio di primavera: antiche radici della Pasqua, di Silvia Tonda
Dai riti pagani di rinascita alla simbologia cristiana: il ritorno della luce nella storia delle civiltà.
Il periodo che oggi chiamiamo Pasqua, nella sensibilità delle civiltà antiche coincideva simbolicamente con l’equinozio di primavera, il momento in cui il giorno e la notte si equilibrano e la luce torna lentamente a prevalere sull’oscurità. Era un passaggio cosmico carico di significato: la fine del lungo inverno e l’inizio della rinascita della natura.
Presso le popolazioni germaniche e celtiche questo periodo era noto come “Eostur-Monath” o “Ostara”, il mese dedicato alla dea Eostre. Il suo nome sembra derivare dalla radice germanica aus o aes, che indica l’est, il punto dell’orizzonte da cui nasce il sole. Non a caso la dea era associata proprio all’aurora, alla luce nascente e al rinnovamento della vita dopo il buio dell’inverno.
Secondo le tradizioni popolari, Eostre veniva talvolta raffigurata con una testa o attributi di lepre, animale sacro che simboleggiava fertilità, fecondità e ciclicità lunare. La lepre, infatti, era considerata un animale misterioso, legato ai ritmi della luna e alla capacità generatrice della natura. Non è probabilmente un caso che proprio da queste antiche simbologie derivi, attraverso i secoli, la figura moderna del coniglio pasquale.
Durante le celebrazioni dedicate alla dea si svolgevano riti di fertilità e di rinnovamento, talvolta legati alla ierogamia, l’unione sacra che rappresentava simbolicamente l’incontro tra le forze generatrici della natura. Le sacerdotesse, tra il 20 e il 23 marzo, accendevano nei templi un fuoco sacro, una fiamma che rappresentava la continuità della vita e il rinnovarsi eterno dell’esistenza. Questo fuoco veniva mantenuto acceso durante le festività e spento solo il giorno successivo alla celebrazione.
Molti studiosi di storia delle religioni hanno osservato come il cero pasquale cristiano, simbolo della luce di Cristo che vince le tenebre della morte, possa avere analogie simboliche con questi antichi riti della luce primaverile. Non si tratta necessariamente di una derivazione diretta, ma certamente la Chiesa nascente si trovò a dialogare con simboli e ritualità già profondamente radicati nella cultura europea.
Il legame tra la primavera e il tema della rinascita non era però esclusivo delle culture nordiche. In Mesopotamia, molto prima dell’era cristiana, si celebrava la dea Ishtar — o Inanna nella tradizione sumera — divinità della fertilità, della vegetazione e dell’amore. Il suo mito è strettamente legato alla figura del giovane Tammuz, pastore amato dalla dea e destinato alla morte.
Secondo il racconto mitologico narrato nel celebre testo “La discesa di Ishtar negli Inferi”, la dea discende nel regno dei morti per riportare in vita il suo amato. Il viaggio negli inferi rappresenta simbolicamente il ciclo della vegetazione: la terra che muore durante l’inverno per poi rifiorire con la primavera. In onore di Tammuz veniva celebrato un periodo di lutto e digiuno, collocato proprio tra marzo e aprile, periodo che segnava il passaggio stagionale.
Anche nella Grecia antica la primavera era scandita da riti simili. Durante le Adonie, feste dedicate al giovane dio Adone, simbolo della vegetazione che muore e rinasce, le donne seminavano ceci, grano e lenticchie in piccoli vasi. Queste piantine crescevano rapidamente ma appassivano altrettanto velocemente: erano i cosiddetti “Giardini di Adone”, simbolo della fragilità e del ciclo della vita.
Quando le piante appassivano, venivano portate in processione e poi sparse nei campi o gettate nei fiumi insieme a piccole statuette del dio, come gesto propiziatorio per assicurare fertilità alla terra e abbondanza ai raccolti.
Persino nelle tradizioni di alcuni popoli dell’America precolombiana esistevano figure mitologiche legate alla lepre e all’aurora, come il demiurgo Michabo, divinità creatrice e portatrice di civiltà. Anche qui il simbolismo rimane sorprendentemente simile: l’animale lunare, la luce dell’alba, la rinascita della vita.
Queste somiglianze tra culture lontane nel tempo e nello spazio testimoniano una verità profonda: l’essere umano ha sempre guardato al ritorno della primavera come a un mistero sacro. Dopo il gelo, la terra si risveglia. Dopo la notte, torna la luce. Dopo la morte apparente dell’inverno, la vita rinasce.
Non sorprende quindi che anche il Cristianesimo abbia collocato la celebrazione della Resurrezione proprio in questo periodo dell’anno. La Pasqua cristiana, pur radicata nella tradizione ebraica della Pesach, si inserisce perfettamente in questa antica percezione cosmica del rinnovamento.
Ancora oggi l’equinozio di primavera non è soltanto un evento astronomico: è una potente metafora universale. È il momento in cui la natura si ridesta dal torpore invernale, quando i campi tornano verdi, gli alberi si riempiono di gemme e l’aria stessa sembra portare con sé la promessa di un nuovo inizio.
È come se il mondo, dopo il lungo silenzio dell’inverno, tornasse lentamente a respirare.
E forse proprio per questo, da millenni, gli uomini hanno scelto questi giorni per celebrare la vita che rinasce, la luce che ritorna e la speranza che, come la primavera, ogni anno trova sempre il modo di tornare.



