Il riconoscimento UNESCO della cucina italiana nasce con il fuoco dell’umanità, di Mara Antonaccio
Il riconoscimento UNESCO della cucina italiana nasce con il fuoco dell’umanità
L’uomo ha gettato le basi per diventare quello che è oggi, quando ha imparato a governare il fuoco. Gli antropologi infatti pongono una delle tappe fondamentali per lo sviluppo dell’evoluzione degli Ominini attorno ai due milioni di anni fa, quando i nostri antenati impararono a conservare prima, e a riprodurre dopo, il fuoco. Fu lì, attorno a una fiamma addomesticata, che si protessero, cucinarono, condividero cibo ed esperienze. E, senza saperlo, inventarono la cucina. Una conquista che ha trasformato la sopravvivenza in cultura, l’istinto in rito, il nutrimento in identità. Da quel momento l’uomo non ha semplicemente modificato alcuni alimenti per renderli edibili o più digeribili: ha cucinato. E cucinare ha voluto dire passare dal cibo-natura, al cibo-cultura, ha significato tramandare saperi, trasformare ingredienti grezzi in storie, inventare tecniche, creare un linguaggio universale fatto di gesti e sapori. In ogni civiltà la cucina è diventata racconto, memoria, simbolo. E in Italia, più che altrove, è diventata anima.
Il recente conferimento del titolo di Patrimonio Immateriale dell’Umanità alla cucina italiana non è un premio alla pasta o alla pizza, sarebbe riduttivo; è un riconoscimento al modo in cui un popolo ha saputo fare del cibo un pensiero complesso, un’arte quotidiana, un collante sociale.
Gli esperti dell’UNESCO hanno voluto tutelare non una ricetta, ma un atteggiamento: quella capacità tutta italiana di trasformare il mestiere di nutrirsi in un atto culturale. Non è stato un viaggio semplice, si tratta di un patrimonio costruito da secoli di contaminazioni. La cucina italiana è un mosaico di incontri: greci, arabi, normanni, francesi, spagnoli, austro-ungarici. Da ogni passaggio, da ogni conquista è nato un tassello, una tecnica, un ingrediente nuovo.
È la prova che la tradizione non è mai statica ma vive di scambi, migrazioni, intuizioni. Dal pane senza sale toscano nato dalle tasse papali, al pomodoro “forastiero” che l’Italia ha trasformato nel simbolo stesso della sua tavola; dalla pasta, che ha attraversato i continenti, alle erbe e alle spezie delle vie mediterranee: tutto parla di una storia condivisa.
Ma il valore più profondo riconosciuto dall’UNESCO è la convivialità. In Italia il cibo mette insieme, ricompone, pacifica. Erede dei comportamenti arcaici, nei quali il cibo sottolineava avvenimenti salienti della vita, riti di passaggio, nascite e morti, doni alla divinità, il nostro amore mostrato in un pranzo di famiglia, in un caffè offerto, in un piatto lasciato sul tavolo per chi torna tardi, si esprime in gesti che parlano la lingua dell’affetto e della cura. La cucina italiana non è importante solo per quello che produce, ma per ciò che esprime e tutela: il senso di comunità.
Forse è questa l’eredità più preziosa in un’epoca che tende ad allontanare le persone anche quando sono vicine.
Nella valutazione per l’assegnazione del riconoscimento, non poteva mancare il riferimento alla salute. La dieta mediterranea – già patrimonio UNESCO – è infatti una delle espressioni più alte della cucina italiana, un modello di equilibrio riconosciuto dagli esperti di nutrizione di tutto il mondo. Equilibrata, basata su prodotti vegetali, cereali, olio extravergine d’oliva, tutti alimenti ricchi di sostanze curative, è un ponte perfetto tra piacere e benessere.
La cucina italiana insegna che mangiare bene non significa rinunciare, ma scegliere: qualità, stagionalità, semplicità. Con il suo riconoscimento l’UNESCO ha tutelato l’anima di un popolo e ha sancito una verità che gli Italiani conoscono da sempre: cucinare è un atto d’amore e di identità. Ogni città, ogni valle, ogni famiglia del nostro Belpaese custodisce una ricetta che racconta una storia. La cucina italiana è un archivio vivente dove sapori, dialetti, paesaggi e memoria si intrecciano. L’UNESCO non ha premiato un piatto, ma un modo di stare al mondo. Un patrimonio che scalda, proprio come quel primo fuoco attorno al quale l’umanità ha imparato non solo a nutrirsi, ma a pensare, a crescere, a diventare comunità, a elaborare il linguaggio. E forse è proprio questo, in fondo, il segreto della cucina italiana: ricordarci ogni giorno chi siamo, da dove veniamo e perché vale la pena sedersi insieme a tavola.



