I misteri dei Monti Appalachi: sparizioni e leggende che resistono al tempo, di Silvia Tonda

Ci sono luoghi che sembrano custodire segreti più antichi dell’uomo. Luoghi dove la natura appare tanto affascinante quanto inquietante, e dove il confine tra realtà, cronaca e leggenda diventa sottile. I Monti Appalachi, che si estendono per oltre 3.500 chilometri dal Canada fino all’Alabama, negli Stati Uniti meridionali, sono uno di questi luoghi.

Nati centinaia di milioni di anni fa, gli Appalachi sono considerati tra le catene montuose più antiche della Terra. Molto prima della comparsa dell’uomo, queste montagne dominavano il continente e oggi, pur non raggiungendo quote elevate come le Alpi o le Montagne Rocciose, custodiscono immense foreste, vallate remote e aree selvagge dove ancora oggi è possibile percorrere per giorni interi sentieri senza incontrare anima viva.

Tra questi boschi si snoda anche il celebre Appalachian Trail, uno dei percorsi escursionistici più lunghi del mondo, lungo quasi 3.600 chilometri. È proprio qui che si sono consumate alcune delle scomparse più enigmatiche della storia americana.

Uno dei casi più celebri riguarda Dennis Lloyd Martin, un bambino di sei anni scomparso il 14 giugno 1969 all’interno del Parco Nazionale delle Great Smoky Mountains, al confine tra Tennessee e North Carolina.

Dennis stava giocando con il fratello e alcuni coetanei durante una gita familiare quando sparì improvvisamente tra gli alberi. Bastarono pochi minuti perché di lui si perdesse ogni traccia.

Le ricerche iniziarono immediatamente, ma quella stessa notte un violento temporale cancellò eventuali impronte o indizi. Nei giorni successivi venne organizzata una delle più grandi operazioni di ricerca mai realizzate in un parco nazionale statunitense. Oltre 1.400 persone tra volontari, Guardia Costiera, personale del National Park Service, militari e forze dell’ordine perlustrarono ogni sentiero, valle e corso d’acqua della zona.

Nonostante l’enorme dispiegamento di mezzi, Dennis non fu mai ritrovato.

Nel corso degli anni sono state avanzate numerose ipotesi. Alcuni investigatori ritennero possibile un attacco da parte di un orso nero o di altri animali selvatici. Altri ipotizzarono un rapimento da parte di sconosciuti. Attorno alla vicenda nacquero anche teorie più oscure, alimentate dalle numerose sparizioni avvenute nelle stesse montagne, ma nessuna spiegazione è mai stata confermata.

Più recente e documentata è invece la tragica storia di Geraldine “Gerry” Largay.

Il 22 luglio 2013 la donna, sessantaseienne del Tennessee, stava percorrendo l’Appalachian Trail nel Maine. Aveva lasciato il rifugio di Poplar Ridge Lean-to insieme a un’amica, che però dovette interrompere il viaggio per motivi familiari.

Chi la conosceva sapeva che Gerry non aveva un grande senso dell’orientamento. Durante una breve sosta per allontanarsi dal sentiero, perse il punto di riferimento e si ritrovò sola in una delle zone più isolate e boscose del Maine.

Con il telefono cellulare tentò più volte di contattare il marito George.

«Sono un po’ nei guai. Ho lasciato il sentiero per andare in bagno e accidenti, mi sono persa.»

E ancora:

«Ieri mi sono persa. Sono tre o quattro miglia fuori dal sentiero. Chiama la polizia per chiedere cosa devo fare.»

I messaggi, però, non partirono mai a causa dell’assenza di copertura telefonica.

Per ventisei giorni Gerry cercò di sopravvivere, annotando sul suo diario ogni speranza, ogni tentativo e ogni pensiero. Quando comprese che probabilmente non sarebbe stata salvata, lasciò un messaggio destinato a chi un giorno l’avrebbe trovata:

«Quando troverete il mio corpo, per favore avvertite mio marito George e mia figlia Kerry. Sarebbe una grande cortesia nei loro confronti fargli sapere che sono morta e dove possono trovarmi, non importa quanti anni saranno passati.»

Il suo corpo venne ritrovato soltanto nell’ottobre del 2015, all’interno della tenda, avvolto nel sacco a pelo. Con lei c’erano ancora il diario, alcuni effetti personali e gli ultimi segni della sua lotta per sopravvivere.

Oggi, nel luogo della sua morte, i familiari hanno collocato una semplice croce bianca. Tra i messaggi lasciati dai visitatori ce n’è uno che colpisce più di ogni altro, scritto con la calligrafia incerta di un bambino:

«Vorrei fossi ancora qui.»

Ma perché i Monti Appalachi continuano a suscitare un fascino così inquietante?

La risposta non si trova soltanto nelle cronache. Per secoli queste montagne hanno alimentato racconti popolari, superstizioni e leggende tramandate dalle comunità che vi abitavano. Le antiche popolazioni Cherokee consideravano alcune aree delle Smoky Mountains luoghi sacri, mentre i coloni europei portarono con sé credenze, racconti di spiriti e tradizioni che finirono per fondersi con il folklore locale.

Ancora oggi molti abitanti delle regioni più remote raccontano di strani richiami provenienti dai boschi, figure intraviste tra gli alberi o fenomeni difficili da spiegare. Storie che appartengono soprattutto al patrimonio culturale e folkloristico degli Appalachi, ma che contribuiscono a mantenere viva l’aura di mistero che avvolge queste montagne.

A sintetizzare questo sentimento è una frase attribuita alla blogger americana Morgan Lambert, nota per i suoi approfondimenti sul folklore degli Appalachi:

«Se vieni sui Monti Appalachi, cerca di non guardare fuori dalla finestra o di uscire quando il sole tramonta. E se vedi qualcosa di strano nel buio, fai finta di non averlo visto.»

Forse è soltanto una leggenda. Oppure è il modo con cui queste montagne, da milioni di anni, continuano a ricordarci quanto poco conosciamo davvero della natura che ci circonda.