Grazie Francesco, mi hai insegnato a guardare oltre l’orizzonte, di Mara Antonaccio
Avevo quattordici anni, era il 1977, e abitavo in un paesone troppo cresciuto del tavoliere della Puglia; erano gli anni del passaggio tra l’impegno politico al riflusso, la coda lunga del ’68 stava finendo e negli ambienti giovanili si respirava ancora l’aria di Woodstock. Proprio in questo pabulum, in prima Liceo Scientifico ti conobbi Francesco Guccini.
La mia famiglia era culturalmente e politicamente spaccata in due, con mio padre erede di una famiglia di latifondisti abbienti, il nonno Podestà e il busto di Mussolini sulla scrivania, e mia madre, figlia e nipote di braccianti agricoli, la cui unica eredità erano la fame e la povertà. In questo contesto, i due rampolli avevano scelto, per par condicio, di dividersi equamente lo stereo di casa: mio fratello ascoltava i discorsi del Duce su vinile e io ascoltavo te, consumando le puntine con Via Paolo Fabbri, 43 e Amerigo.
Inutile che riferisca le litigate, le discussioni, le urla di mio fratello che si sentiva oltraggiato da «Ai bordi delle strade Dio è morto», lui che frequentava l’oratorio ed era stato cresciuto dalle zie -unico a portare avanti il nome di famiglia in mezzo a cugine femmine- con il mito di «Dio, Patria e Famiglia».
In quel periodo frequentavo una ragazza che abitava nello stesso stabile, aveva un anno più di me ma un padre diacono, la zia suora e una famiglia super bigotta attorno. Lei voleva andarsene da quella provincia soffocante a studiare fuori: Roma, Bari, addirittura Perugia. A casa sua eri vietato, ma non eri solo: impossibile ascoltare l’avvelenata, canzone di notte, Via Paolo Fabbri ma eri in buona compagnia con Pietrangeli e la sua Contessa e con De André e la sua Canzone del padre.
A casa mia invece tutto questo era incoraggiato da mia madre, fervente comunista, e tollerato da mio padre, che non c’era mai ed era troppo pigro per ingaggiare contenziosi di tipo ideologico. Così restava solo mio fratello a cercare di salvare l’onore di famiglia e io mi divertivo a mettere l’Avvelenata ad alto volume, che si sentisse anche in strada, tutti dovevano sapere di che pasta ero fatta.
Sono stati anni intensi e ho imparato la sofferenza di una donna che viene abbandonata dalla famiglia e dal partner dopo aver concepito un figlio fuori dal matrimonio, ho scoperto le difficoltà di trovare parole autentiche per parlare dell’amore e dell’esistenza, il rifiuto della retorica sentimentale e ho cominciato a capire che uomini e donne sono pieni delle stesse contraddizioni: solitudine, orgoglio, desiderio, noia, paura, bisogno degli altri, nonostante le convenzioni sociali e la cultura del maschio dominante. Quante volte ho pianto ascoltando Il pensionato, forse la più delicata e malinconica delle tue canzoni, in cui racconti un uomo anziano, ormai fuori dal mondo produttivo, che deve riempire giornate diventate improvvisamente lunghissime: il giornale, il bar, i piccioni, le passeggiate, i piccoli gesti ripetuti, premonendo la cultura dello scarto, che ormai impera in questa società votata solo alla performance e al consumo. Mi hai fatta crescere, insomma, mi hai accompagnata nei primi anni dell’adolescenza, quelli più importanti, quelli formativi, mi hai trasportato in Asia, mi hai fatto conoscere il mondo fantastico dei viaggiatori, il dolore della follia umana, la lotta politica: senza di te non sarei quella che sono e la mia formazione di persona è passata anche dal tuo cinismo ostentato, che in realtà era dolore per le opportunità perse dagli essere umani e dalla delusione della politica. Ci mancherai con la tua voce cavernosa e la erre arrotolata ma di te resteranno l’ironia, il disincanto e l’amore della vita, celebrata davanti all’immancabile bottiglia di vino e con gli amici di sempre. Buon viaggio Francesco, che la terra ti sia lieve.



