A Torino il viaggio di Bruno Barbey in Italia, di Anna Maria Borello
UN PAESE DOVE SI CREDE NEI MIRACOLI
Fino all’11 febbraio 2026, a Torino, Palazzo Falletti di Barolo propone la mostra “Gli Italiani”, un reportage del fotografo franco-marocchino Bruno BARBEY (Marocco 1941 – Parigi 2020). Negli anni Sessanta, BARBEY – poco più che ventenne, studente di fotografia in Svizzera – decide di attraversare in lungo e in largo la Penisola con il suo Maggiolino per conoscere e descrivere il modo di essere e di vivere degli Italiani. Aveva cominciato ad amare l’Italia fin dall’adolescenza attraverso la filmografia neorealista, quando “saltava” le lezioni al famoso liceo Henri IV per vedere i film di Rossellini, Visconti, Antonioni, Fellini e Pasolini alla Cinémathèque de Chaillot.
VIAGGI, PARTECIPAZIONE E SGUARDO NEOREALISTA
Dal 1963 e per tre anni intraprende una serie di viaggi nel nostro Paese con l’obiettivo di realizzare un saggio fotografico ispirato alla tecnica e alla poetica neorealista. Ritornerà in Italia varie volte, seguendo l’istinto e le emozioni del momento piuttosto che un metodo razionale nella scelta dei luoghi e dei temi. Più che osservare dall’esterno le situazioni, BARBEY amava parteciparvi: diventava seguace delle processioni, si mescolava ai tifosi esultanti, condivideva momenti conviviali. Amava ricordare quella volta in cui si era presentato inatteso a casa di Moravia, il quale, con signorile naturalezza, lo aveva invitato a pranzo. Grazie ai suoi lunghi e numerosi “pellegrinaggi” in Italia, BARBEY realizza un percorso di immagini in bianco e nero che racconta riti, gesti, tradizioni e il modo di vivere dell’Italia degli anni Sessanta: un popolo che camminava, fra disillusione e fiducia, verso una rinascita faticosa dopo gli orrori della guerra e la durezza della sconfitta.
GLI ITALIANI TRA TEATRALITÀ, ACCOGLIENZA E CONTRASTI SOCIALI
Oltre alla generosità dell’accoglienza, BARBEY apprezzava degli Italiani la gentilezza e l’essere “attori nati”. Coglieva quanto l’ambiente architettonico – con la monumentalità dei palazzi, il patrimonio statuario, la ricchezza pittorica e i “drappeggi smisurati” – partecipasse volentieri all’arte dell’apparire, ispirando una predisposizione alla teatralità del nostro modo di essere. Si meravigliava della disponibilità di persone sconosciute, che accettavano di posare per collaborare alla riuscita dei suoi scatti. Con impertinenza, BARBEY sottolinea le differenze sociali: a un’umanità stracciona ma dignitosa contrappone nobildonne ingioiellate alle prime teatrali, nuovi arricchiti del boom economico in ostentazione borghese e gentiluomini sobri e forse autentici. Segna le differenze fra forti e deboli, volenterosi e rassegnati, ricchi e poveri, fra un passato che non passa e un futuro che stenta ad arrivare. Gli operai del Nord che cercano riscatto nel lavoro e i contadini che queste opportunità non hanno, forse proprio per essere nati al Sud, restano però uniti da una tradizione comune: lo stare insieme a tavola, condividere parole ed emozioni, fare famiglia attraverso la comunità.
TECNICA, ALLESTIMENTO E VALORE DELLA MOSTRA
La naturalezza delle immagini deriva dall’uso del grandangolo e di una Leica che, per praticità, consentiva scatti rapidi capaci di cogliere attimi e gesti istintivi, conferendo alle fotografie quelle sfumature poeticamente neorealiste che le caratterizzano. Il progetto editoriale, pensato per la Enciclopedie Essentielle ma non pubblicato all’epoca per difficoltà economiche, è stato realizzato postumo nel 2022 grazie alla collaborazione della moglie di BARBEY, dando origine alle mostre di Pordenone (2024-2025) e a questa più ampia di Torino, iniziata nel settembre 2025.
Attraverso cento fotografie, arricchite da un video dell’autore, citazioni letterarie e pannelli illustrativi che contestualizzano gli avvenimenti storici, la rassegna restituisce una testimonianza documentaristica e insieme poetica. Come afferma Caroline THIENOT BARBEY, curatrice dell’evento, questa mostra sarebbe piaciuta a BARBEY: racconta una parte dell’opera di un fotografo di fama internazionale, membro della Magnum Photos e tra i più importanti reporter di guerra del secolo scorso. Per noi è un atto d’amore per l’Italia e gli italiani.



